venerdì 24 aprile 2020

Apocalypse Now


Un fatto è certo: quando ho iniziato ad esercitare la mia professione di psicoterapeuta, occupandomi nel tempo sempre più  di bambini, di adolescenti e delle loro famiglie, non avrei mai pensato di affrontare problemi, disagi e psicopatologie in rapidissimo cambiamento, quasi che dovessi aggiornare le mie mappe mentali non ogni decennio, attraverso i consueti aggiornamenti scientifici, ma con cadenza quasi semestrale, se non addirittura mensile. Un po’ come si fa ora per i software. Ciò che facevo una volta, la diagnosi, la valutazione clinica e gli interventi, risultano spesso oggi fuori luogo, inutili e, rivedendoli col senno di poi, li vivo quasi con nostalgia professionale. Raro ormai incontrare bambini ossessivi o fobici; la depressione, perlomeno quella caratterizzata da ritiro e senso di tristezza, sembra quasi inesistente; di adolescenti con esordi psicotici se ne vedono sempre meno e famiglie disfunzionali, con le caratteristiche che mi hanno insegnato all’università o come recitano i “sacri” testi, sono quasi in estinzione, o almeno così pare. Al mio studio accedono una grande quantità di bambini disorganizzati che si muovono come trottole, che non riescono neppure a rimanere seduti e a guardarti in faccia; adolescenti refrattari che non hanno né timori né curiosità, che non sanno neppure perché si trovano da uno psicologo né reputano necessario saperlo; genitori confusi che domandano cosa abbia il proprio figlio senza mai aver pensato (fino a quel giorno) cosa significhi essere padri o madri e cosa bisognerebbe fare per esserlo. Nel tentativo di offrire un aiuto a queste famiglie e ai loro figli, vengo a scoprire storie e trame così incredibili da superare ogni estrema fantasia: non posso riportare queste storie; non le posso raccontare in quanto nessuno (dico nessuno) mi crederebbe, ma so che molti miei colleghi sanno di cosa parlo. Parlo di un’educazione sprofondata; di genitori che, per non far soffrire i loro figli rosei e cicciottelli, non hanno mai pronunciato un “no”, non hanno mai detto loro cosa è bene fare e cosa non fare, salvo avere amputato loro la dimensione del tempo, facendoli collassare in un “presente infinito” da “svoltare” a tutti i costi. Ecco dunque giungere a consultazione genitori picchiati da figli di due anni e mezzo (sì, avete capito bene: due anni e mezzo! Non ci credete, vero? Vi avevo avvisato, però); adolescenti senza alcun desiderio e con un campo cognitivo ristrettissimo, a tal punto da non riuscire a dare una semplice indicazione stradale (non si tratta di soggetti insufficienti mentali, soltanto avulsi dalla realtà); ragazzini che di giorno mettono a soqquadro le case, insultano gli adulti, ma che stranamente di notte, da tremendi orchi e tiranni, si trasformano improvvisamente in teneri pulcini smarriti, non in grado, per la paura, di dormire da soli (lo sapete che ho conosciuto anche una famiglia che ha fatto costruire un lettone a quattro piazze, per ospitare di notte i due piccoli orchetti? Lo so, non ci credete, ma ho le prove…). Il buonismo ad ogni costo, il non dare regole perché altrimenti i figli soffrono, il dare tutto ciò che vogliono per non farli sentire diversi, sta mietendo vittime oltre ogni nostra immaginazione e sta rapidamente cambiando non solo le caratteristiche della psicopatologia dell’età evolutiva, ma anche l’esistenza quotidiana. Tutto questo infatti si traduce in un aumento esponenziale di patologie connotate da dipendenza specialmente nell’adolescenza. Malgrado il fenomeno sia massiccio e sotto gli occhi di tutti, poco se ne parla: media e TV sono indaffarati a dare la caccia a trans […] e a scontri politici tra goffi personaggi somiglianti sempre più a pupazzi da rottamare, mentre gli opinion leader più invitati arrivano numerosi da quelle “scuole di pensiero di alto profilo” come il Grande Fratello e company. La crisi economica, la disoccupazione, il buco dell’ozono, l’energia rappresentano sicuramente dei problemi enormi, ma diventano quasi irrilevanti di fronte a quanto sta accadendo negli ultimi anni alle giovani generazioni e alle loro famiglie. Si ripete sempre, e spesso ci si riempie la bocca, che i bambini sono patrimonio dell’umanità (e non può essere diversamente, poiché rappresentano il futuro del pianeta), ma è rarissimo che qualcuno, qualche istituzione, qualche governo, qualche struttura sovranazionale ci indichi come salvaguardare questo preziosissimo patrimonio. Eppure oggi sappiamo per certo […] quanto occorre fare e quanto andrebbe evitato per crescere i figli forti, autonomi e sicuri. Sarebbe necessario che le istituzioni, avvalendosi della ricerca scientifica e dei più avanzati studi nell’ambito della psicologia dello sviluppo, iniziassero a costruire interventi lungimiranti a favore dei bambini e degli adolescenti, a cominciare dalla famiglia e dalla scuola. Non attraverso riforme e leggi statiche che poco cambiano la sostanza, ma cercando di costruire insieme e gradualmente una cultura pedagogica condivisa. Immagino scuole per genitori permanenti accanto a quelle tradizionali degli alunni; trasmissioni televisive intelligenti e mirate a stratificare culture.

 (Rosanna Schiralli, psicologa e psicoterapeuta)

sabato 14 marzo 2020

giovedì 24 gennaio 2019

L'Educatore (Docente del Personale Educativo), questo 'sconosciuto'...


L’Educatore, prima detto Istitutore, quindi ora Docente (del Personale) Educativo, “oltre” i luoghi comuni del preconcetto e della controinformazione e/o ignoranza largamente diffuse. 
È confidente dei suoi alunni, motivatore, tutor, assistente nello studio, esempio morale, guida psicologica, mediatore nelle relazioni tra pari e/o con gli adulti, consulente per le famiglie, per i docenti, per il DS; tutela, protegge, vigila, ammonisce, rincuora, sostiene, ascolta, orienta, corregge, gratifica.
Dopo un paio di giorni dall’inizio dell’anno scolastico, prodigiosamente, conosce già perfettamente tutti i nomi dei suoi nuovi alunni, perchè li ha registrati con la memoria del cuore e quindi per lui appaiono tutti importanti e diversi tra loro, unici: li tratta come persone, non come numeri.
I suoi strumenti non sono specificamente didattici, ma emotivi, passionali e umani. Se riveste appieno il suo nobile ruolo è sempre capace, riesce a farsi seguire dagli allievi, ma direi questa è anzi la sua dimensione naturale e quotidiana: quindi è da encomiare per quanto sia prezioso il suo “ufficio”, tenendo presente che opera e si fa valere senza ricorrere alla minaccia delle interrogazioni, allo spauracchio del voto, o a quello del debito e, ancor peggio, anche senza alcuna traccia di valutazione sulla sua delicata e complessa azione educativa.
Pare incontrovertibile che il peggiore o anche il mediocre tra tutti è potenzialmente, per le ragioni esposte, il migliore di qualsiasi ‘docente di disciplina’, che non possa a sua volta definirsi, prima ancora che docente, Educatore egli stesso. Questo giustifica la grande risonanza della sua presenza e vicinanza sui suoi ragazzi, che con suo immenso orgoglio dicono di sentirsi “orfani” senza di lui!!
“L’abilitazione” alla professione non la ottieni solo col titolo, ma te la conferiscono i tuoi alunni, ed è frutto della sudata e continua esperienza sul campo.
Non esiste Educatore senza i suoi alunni. Se ti riconosci in questa descrizione, non puoi non essere fiero dell’onore che hai ogni giorno affiancando i tuoi ragazzi e non puoi, al contempo, negare che sul tuo percorso quotidiano dovrai farti molti nemici. Eroi? Superpoteri? Niente di tutto questo: competenza, passione, professionalità, umiltà, tempo e dedizione, conditi da tanto calore umano. La differenza sta tutta qui. Educatori si nasce.
Non tutti sanno che ai ruoli di Educatori delle Istituzioni Educative Statali (Convitti Nazionali ed Educandati Statali) si accede, a seguito di abilitazione alla professione, tramite concorso nazionale pubblico per titoli ed esami riservato attualmente a chi in possesso di Laurea in Scienze della Formazione, Pedagogiche e affini. 
Il (docente del) personale educativo è quindi a tutti gli effetti dipendente statale del Ministero dell’Istruzione ed è equiparato giuridicamente e professionalmente allo status di Docente. Tecnicamente la sua qualifica è appunto quella di “Docente-Educatore”.
Il titolo di accesso alla professione è dunque la Laurea in Scienze della Formazione, Scienze dell’Educazione, Scienze Pedagogiche, Classe di concorso L030 “Pedagogia e didattiche speciali per l’insegnamento” ordine di scuola PPPP.
Collocata dal DPR 388/99 art. 3 nell’area della funzione docente. 

(Fonte: Web Site "La tecnica della scuola")

https://www.tecnicadellascuola.it/leducatore-questo-sconosciuto

domenica 15 ottobre 2017

L'importanza di essere autorevoli


Essere autorevoli vuol dire essere disponibili ma non a disposizione, vuol dire stabilire una relazione attraverso la quale gli alunni possono contare su di me sia quando le risposte gli piacciono sia quando non fanno comodo. Dovrei rappresentare la coerenza, la fermezza, la guida, il loro punto di riferimento, l'adulto a cui possono appoggiarsi nel bene e nel male. Un educatore non è un amico, dovrebbe essere riconosciuto nel suo ruolo, fare di tutto per farsi valere e non cedere una volta stabilite le proprie intenzioni. Tutto questo non vuol dire rimanere emotivamente distanti ed essere autoritari ma riuscire a dosare bene momenti di profonda complicità e accoglienza con interventi più restrittivi. Un compito difficilissimo ma, secondo il mio parere, fa la differenza tra un educatore e l'altro.

(D.ssa Mariagrazia Mari, psicologa, psicoterapeuta, tutor Centro studi Erickson)

mercoledì 14 giugno 2017

La scuola oggi in Italia


In Italia, il sistema educativo di istruzione e di formazione è organizzato in base ai principi della sussidiarietà e dell'autonomia delle istituzioni scolastiche. Lo Stato ha la competenza legislativa esclusiva per quanto riguarda le 'norme generali sull'istruzione', e la determinazione dei livelli essenziali delle prestazioni che devono essere garantiti su tutto il territorio nazionale e i principi fondamentali che le Regioni devono rispettare nell'esercizio delle loro competenze. Le Regioni hanno la potestà legislativa concorrente in materia di istruzione, ed esclusiva in materia di istruzione e formazione professionale. Le scuole hanno autonomia didattica, organizzativa e di ricerca, sperimentazione e sviluppo.
La scuola è attualmente organizzata come segue:
- scuola dell'infanzia per i bambini da 3 a 6 anni;
primo ciclo di istruzione, della durata complessiva di 8 anni, articolato in
- scuola primaria (5 anni di durata) per i bambini da 6 a 11 anni;
- scuola secondaria di primo grado (3 anni di durata) per alunni da 11 a 14 anni;
secondo ciclo di istruzione costituito da due tipi di percorsi:
- scuola secondaria di secondo grado di competenza statale, della durata di 5 anni, rivolta agli alunni dai 14 ai 19 anni. Appartengono a questo percorso i licei, gli istituti tecnici e gli istituti professionali;
- percorsi triennali e quadriennali di istruzione e formazione professionale (IFP) di competenza regionale, rivolti a giovani che hanno concluso il primo ciclo di istruzione.
L'istruzione obbligatoria ha la durata di 10 anni, da 6 a 16 anni di età, e comprende gli otto anni del primo ciclo di istruzione e i primi due anni del secondo ciclo (DM 139/2007). Dopo aver concluso il primo ciclo di istruzione, gli ultimi due anni di obbligo (da 14 a 16 anni di età), possono essere assolti nella scuola secondaria di secondo grado, di competenza statale (licei, istituti tecnici e istituti professionali), o nei percorsi di istruzione e formazione professionale di competenza regionale (legge 133/2008).
Inoltre, tutti i giovani devono rispettare il diritto/dovere di istruzione e formazione per almeno 12 anni o, comunque, sino al conseguimento di una qualifica professionale triennale entro il 18° anno di età (legge 53/2003).
Infine, i giovani di 15 anni possono assolvere l'ultimo anno di obbligo di istruzione anche attraverso il contratto di apprendistato, a condizione della necessaria intesa tra Regioni, Ministero del lavoro, Ministero dell'istruzione e parti sociali (legge 183/2010).
Aprile 2013. L'obbligo di istruzione si riferisce sia all'iscrizione che alla frequenza dei livelli di istruzione compresi nell'obbligo, che può essere assolto nelle scuole statali o nelle scuole paritarie, ma anche attraverso l'istruzione familiare o nelle scuole non paritarie, nel rispetto di determinate condizioni; nei percorsi di istruzione e formazione professionale di competenza regionale, l'obbligo (ultimi due anni) viene assolto presso le apposite agenzie formative. I genitori degli alunni, o chiunque ne faccia le veci, sono responsabili dell'adempimento dell'obbligo di istruzione dei propri figli, mentre alla vigilanza sull'adempimento dell'obbligo provvedono i Comuni di residenza e i dirigenti scolastici delle scuole in cui sono iscritti gli alunni.
A conclusione del periodo di istruzione obbligatoria, in caso di mancata prosecuzione del percorso scolastico, viene rilasciato all'allievo una dichiarazione attestante l'adempimento dell'obbligo di istruzione nonché le competenze acquisite, che costituiscono credito formativo al fine dell'eventuale conseguimento della qualifica professionale.
Dopo il superamento dell'esame di Stato conclusivo dell'istruzione secondaria superiore, si accede ai corsi di istruzione terziaria (università e Afam). Le condizioni specifiche di ammissione rientrano nelle competenze del Ministero dell'istruzione, dell'università e della ricerca (MIUR) e/o delle singole istituzioni del settore universitario e del settore Afam.
La qualifica professionale triennale o il diploma professionale quadriennale, ottenuti nei corsi di istruzione e formazione professionale di competenza regionale, permettono l'accesso ai corsi di istruzione professionale cosiddetti di 'secondo livello' o post qualifica/post diploma, ai quali si può accedere anche dopo il conseguimento del diploma di istruzione secondaria superiore. Con lo stesso diploma si accede anche ai corsi di Istruzione e formazione tecnica superiore (IFTS).

(Fonte: Web Site MIUR)

Due domande poste al Prof. Paolo Crepet sul coraggio di educare


Professor Paolo Crepet, qual è il suo punto di vista sull'emergenza educativa?

E' un punto di vista che nasce dalla cronaca di tutti i giorni, che ci dice che non è una emergenza, ma è un disastro educativo, un totale disastro di cui non dimostriamo di essere così tanto preoccupati. L'anticipazione dell'età, un'idea di educare senza alcuna regola, pensando che i figli debbano solo pretendere e non dare mai niente, perdonarli in tutto e per tutto, questa è idiozia educativa.

Gli agenti educativi, scuola, famiglia ed educatori, in rete sono una forza. Nella sua esperienza quanto è importante il confronto tra le parti?

Certo sì, è importante. Però nell'autonomia, possibilmente. Nel senso che ciò che abbiamo visto in tutti questi anni, che è quello di 'invadere costantemente' da parte dei genitori sempre più spesso il territorio della scuola, è dannoso. 
Una mamma non fa l'insegnante e viceversa, chiaro? E un papà non fa l'insegnante e viceversa. Quindi mamma e papà fanno i genitori quando è il momento, cioè a casa loro, in una scuola, no. Tranne cose eccezionali, no. 
Certo se un genitore vuole andare a scuola per sapere come va il proprio figlio, sì. Quello che abbiamo visto in maniera terrificante, soprattutto nel nostro Paese, è l'entrata a gamba tesa di mamme e papà, zie, nonne, e così via, sulla scuola, soprattutto quando la scuola diventa esigente e severa, ma la scuola o è esigente e severa oppure non è una scuola.

(Patrizia Angelozzi)