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martedì 8 ottobre 2013
Saper insegnare implica anche saper comunicare
Saper tenere una lezione significa anche agire sapendo come comunicare e gestire quello specifico tipo di comunicazione e non solo nel senso di spiegare e/o chiarire; in effetti la lezione è anche un atto comunicativo per diverse ragioni. In primo luogo essa presuppone un lavoro di mediazione didattica volto a creare le condizioni ideali nel corso del processo di apprendimento degli studenti. Il docente-comunicatore deve infatti impegnarsi e puntare con convinzione e determinazione a facilitare l'incontro fra contributi culturali di una comunità civile ed alunni con specifici bisogni formativi e problematiche ad essi profondamente inerenti. Nella scuola media, ad esempio, quest'ultime sono costituite dal primo impatto dei ragazzi con il critico e delicato periodo adolescenziale, sia pure nella sua fase iniziale. Dunque per saper comunicare mentre si fa lezione risultano fondamentali anche la progettazione e realizzazione del curricolo insieme alla predisposizione di un ambiente adeguato, efficace e funzionale ai processi di acquisizione cognitiva degli allievi. Inoltre una particolare disposizione dei banchi, uno specifico approccio verso il gruppo classe, l'utilizzo di strumenti multimediali per la presentazione dei contenuti disciplinari, al fine di incontrare i differenti stili sensoriali e di apprendimento di ciascun discente, rappresentano sicuramente esempi di interventi che contengono una valenza ed un'intenzionalità anche e soprattutto comunicative.
Elemento forte di comunicazione in una lezione è anche il livello di interattività che in essa viene favorito, togliendo spazio e tempo alla monodirezionalità della comunicazione del docente e coinvolgendo invece direttamente gli allievi tramite domande e frequenti lavori di gruppo. La lezione implica poi una dimensione comunicativa anche dal più classico punto di vista, vale a dire quello del linguaggio utilizzato dall'insegnante, nel senso che il linguaggio in questione possa risultare sufficientemente chiaro ed argomentato ad allievi con diverse competenze, intelligenze e background culturali mediante la scelta del lessico usato, la giusta gradualità espositiva ed il livello di ridondanza nel discorso.
Un altro aspetto della comunicazione nell'approccio didattico riguarda invece la dimensione interpersonale ed affettivo-relazionale dei soggetti coinvolti. Mentre spiega, il docente non comunica ai ragazzi solo informazioni e concetti, ma anche la sua idea delle persone che ha di fronte, il suo punto di vista sul suo stesso ruolo e sul ruolo che attribuisce alla scuola, le sue emozioni, il suo eventuale disappunto e finanche la sua motivazione a svolgere quel determinato lavoro in quel preciso momento e con quale grado di passione. Il tono della voce, le accentazioni nel discorso, la postura, la gesticolazione, la prossemica, la direzione dello sguardo sono potenti strumenti di comunicazione; ulteriori elementi di comunicazione sono, sempre a livello relazionale, la capacità di empatia e decodificazione dei segnali non verbali provenienti anche involontariamente dagli studenti con il raccordo dei saperi veicolati alla loro esperienza concreta attraverso esempi e rimandi ai loro precipui contesti di vita. Questa attenzione al loro vissuto piace particolarmente ai ragazzi perché la interpretano positivamente come un prendersi cura delle loro esigenze e come apertura della scuola alla vita reale.
Quindi il docente, per quanto detto, è anche eminentemente e senza ombra di dubbio un professionista della comunicazione, volta quest'ultima ai fini più nobili dell'educazione, formazione ed istruzione dei propri allievi.
martedì 5 marzo 2013
I concetti di educazione, istruzione e formazione
IL CONCETTO DI EDUCAZIONE... In generale con il termine 'educazione' intendiamo l'azione appunto di educare, istruire, formare una persona. Se si intende quindi il concetto di educazione con l'ampiezza e la comprensività che gli spettano, non si può fare a meno di accettare due conclusioni fondamentali, e cioè da un lato che non esiste società umana, per primitiva che sia, che non possieda le sue istituzioni educative, e dall'altro che l'educazione investe e copre l'intera vita dell'uomo. Ogni società elabora quella che si definisce col nome di cultura, includendo nella nozione il complesso dei valori, delle conoscenze e delle tecniche che assicurano la convivenza, la soddisfazione dei bisogni e la sopravvivenza del gruppo. Tramandare la cultura da una generazione all'altra è il compito primario di quella che si chiama appunto 'educazione': se non ci fosse stata rieducazione, l'uomo avrebbe dovuto ad ogni generazione riaffrontare ex novo i problemi dell'esistenza elementare e non sarebbe mai riuscito a evadere dalle condizioni della più estrema primitività. C'è una storia e c'è un progresso del genere umano, in qualunque modo si vogliano intendere questi concetti, perché le generazioni sono sempre state legate l'una all'altra dal tessuto vivente dell'educazione. D'altro canto, se si considera la vita del singolo, si vedrà che non si riuscirà mai a segnare un punto per il quale si possa dire che l'educazione è arrivata con esso al suo compimento. ... UNITO A QUELLO DI ISTRUZIONE E FORMAZIONE. Il concetto di'istruzione', inteso sia come procedimento metodico di comunicazione e di acquisizione del sapere sia come l'insieme delle conoscenze acquisite, non può essere approfondito se non nell'ambito di una più generale problematica educativa. Anzitutto si pone il problema del rapporto tra istruzione ed educazione, ossia del valore del fattore intellettuale nella formazione della personalità: secondo alcuni l'istruzione è di per se stessa educativa, in quanto compito fondamentale dell'educazione deve essere la formazione delle idee e del retto giudizio; per altri invece la formazione del carattere e della volontà, l'autodisciplina, l'equilibrio fisico e così via hanno prevalente importanza e valore rispetto allo sviluppo dell'intelligenza e all'acquisizione del sapere. Ma, anche nell'ambito esclusivo della formazione intellettuale, si distingue l'istruzione materiale, o informativa, che si preoccupa di erudire, di arricchire la mente di conoscenze, dall'istruzione formale, che tende a sviluppare le capacità intellettuali, a potenziare la facoltà di apprendere piuttosto che ad aumentare il numero delle cognizioni. Circa la scelta dei mezzi per ottenere un tale potenziamento delle capacità intellettive, sorge il contrasto tra i sostenitori del valore formativo della cultura umanistico-letteraria e filosofica, i sostenitori della cultura scientifica e infine i sostenitori di un insegnamento di tipo tecnico e pratico, che accusano la scuola di cultura di astrattezza e insistono invece sul valore educativo del lavoro. Occorre rilevare che il problema dell'istruzione non si pone soltanto in vista di una formazione generale della personalità, ma anche in relazione a scopi utilitari più immediati: onde nasce la distinzione tra istruzione generale e istruzione specializzata, intesa a una preparazione professionale. Le esigenze della società contemporanea, determinate dal progresso tecnico, dall'industrialismo, dalla divisione del lavoro, hanno accentuato l'importanza dell'istruzione e quindi conseguentemente della formazione di tipo tecnico e professionale. In tutti i paesi civili, accanto alle scuole tradizionali, si sono venuti diffondendo sempre più scuole e corsi di preparazione a funzioni ben precise da svolgere, a tutti i livelli, nel mondo del lavoro. Ora, proprio nell'ambito di queste scuole si ripresenta, forse in termini più concreti, il problema della distinzione tra istruzione materiale e istruzione formale: infatti una tecnica particolare di lavoro può essere appresa facilmente, mediante un breve corso di specializzazione da seguire nell'ambito di un complesso imprenditoriale, soltanto quando si sia acquisita l'abitudine allo studio e alla ricerca e la mente sia stata esercitata ad assimilare continuamente idee nuove.
giovedì 17 gennaio 2013
Sul 'portfolio'
Originariamente
il portfolio appartiene al campo delle arti espressive e prende la forma in una
raccolta di lavori, di opere personali come disegni, fotografie, testi scritti
e così via, che testimoniano le particolari capacità e qualità del soggetto che
le ha prodotte.
Più
esattamente è una raccolta dei lavori migliori, tale da testimoniare il valore
dell’artista di fronte a un interlocutore. Già in questa sua funzione
originaria si coglie come il portfolio voglia essere uno strumento di comunicazione:
non è fine a se stesso, ma svolge una funzione di narrazione, di comunicazione
all’interno di una relazione, deve dire qualcosa di una persona ad altre
persone.
La
costruzione del portfolio dunque non può che essere un atto personale che impone
una decisione rispetto a ciò che di sé l’artista vuole comunicare e obbliga a
un atto di interpretazione colui che comunica come colui che ascolta e riceve
l’informazione.
Questi
tratti non si perdono nel suo trasferimento all’ambito educativo; il portfolio
conserva la sua impronta creativa, comunicativa, interpretativa e proprio
questi aspetti ne fanno uno strumento particolarmente utile alla valutazione
qualitativa e alla realizzazione di interventi valutativi che vogliano anche
essere formanti.
Il portfolio
quindi, utilizzato in classe per la valutazione educativa, è più precisamente
una raccolta di ciò che lo studente produce nei momenti quotidiani dell’anno
scolastico. La forma concreta è quella di un raccoglitore in cui vengono
riposti i lavori dello studente. Già dalla descrizione del suo aspetto fisico
si possono ricavare alcuni elementi del modello valutativo sottinteso.
Intanto si tratta di uno strumento pensato per essere utilizzato in un contesto relazionale preciso e limitato: quello della vita di classe; in un tempo che è quello del quotidiano svolgersi del processo formativo in cui l’intervento valutativo e quello didattico fluiscono intrecciati; infine già è possibile cogliere come l’attenzione sia posta sul soggetto e sulla sua produzione.
Intanto si tratta di uno strumento pensato per essere utilizzato in un contesto relazionale preciso e limitato: quello della vita di classe; in un tempo che è quello del quotidiano svolgersi del processo formativo in cui l’intervento valutativo e quello didattico fluiscono intrecciati; infine già è possibile cogliere come l’attenzione sia posta sul soggetto e sulla sua produzione.
Il
portfolio scolastico conserva anche un altro aspetto del portfolio artistico
che lo specifica ulteriormente come metodo alternativo di valutazione, infatti,
anche in ambito educativo, non si tratta semplicemente di raccogliere tutti i
lavori dello studente, ma solo quelli migliori, quelli che rappresentano la sua
riuscita.
La logica sottostante al portfolio è una logica selettiva in cui il potere decisionale è prevalentemente nelle mani dello studente che, selezionando i propri lavori, decidendo che cosa inserire nel portfolio, si riappropria della responsabilità valutativa ed è stimolato a riflettere su sé stesso, sulla qualità del proprio prodotto e del proprio percorso, sui punti di forza e di debolezza e sui passi da compiere per migliorarsi.
La logica sottostante al portfolio è una logica selettiva in cui il potere decisionale è prevalentemente nelle mani dello studente che, selezionando i propri lavori, decidendo che cosa inserire nel portfolio, si riappropria della responsabilità valutativa ed è stimolato a riflettere su sé stesso, sulla qualità del proprio prodotto e del proprio percorso, sui punti di forza e di debolezza e sui passi da compiere per migliorarsi.
Insomma selezionando,
decidendo, valutando egli compie un percorso di autoconoscenza e
autovalutazione e costruisce e comunica, motivandola, la propria immagine di
sé. In ogni caso va detto che nella selezione dei lavori da inserire nel
portfolio possono intervenire, e generalmente intervengono, anche criteri
esterni al soggetto, ma definiti sempre con il suo coinvolgimento; comunque
sia, la scelta dei lavori deve sempre essere motivata dallo studente che la
compie. Non si tratta solo di scegliere, ma di dire perché si è scelto un
lavoro piuttosto che un altro, di svelare la propria interpretazione, il
criterio che fa sì che un prodotto sia giudicato migliore. Attraverso il
portfolio inoltre il soggetto è chiamato a riflettere sui singoli lavori, ma
anche sulla relazione che tra essi intercorre, sullo sviluppo complessivo e
sull’andamento qualitativo del proprio apprendimento, sui processi che hanno
condotto a determinati risultati.
Il 'formato
ideale' e originario del portfolio è pensato per il raggiungimento di due scopi
fondamentali: a) formare la capacità di riflettere sul proprio lavoro, sugli
esiti e sui processi, e di valutarli; b) rendere manifesto il percorso di
sviluppo del soggetto, la sua storia di formazione, affinché egli ne diventi
consapevole e possa giudicarla e orientarla.
A questo
punto dovrebbe essere evidente il perché si è indicato il portfolio come uno
strumento capace di fare della valutazione un momento anche formativo. Questo
strumento rappresenta una possibilità di concretizzare il progetto di una
valutazione che sia formante poiché, responsabilizzando lo studente, realizza
una valutazione consapevolizzante. Attraverso il portfolio lo studente esercita
l’autovalutazione e partecipa consapevolmente alla costruzione e
all’orientamento del proprio apprendimento.
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Esperienze di insegnamento e aspetti della propria professionalità
Parlando di personali esperienze di insegnamento e di aspetti consolidati della propria professionalità, data per ferma e scontata la padronanza della materia oggetto di insegnamento/apprendimento, credo fermamente che sia fondamentale che il docente ami la propria disciplina, la viva costantemente e sia messo in condizione di poter provare letteralmente gusto nell'insegnarla. É importante, cioè, che il docente abbia piacere a far conoscere, discutere e vivere ai propri allievi i momenti formativi della propria disciplina. Questo suggerimento indica chiaramente che il docente deve cogliere i momenti basilari della propria disciplina nell’ambito dei programmi da sviluppare nei diversi anni e caratterizzare i suoi interventi didattici raccordandoli con spunti personali e riflessioni critiche. In altre parole deve mirare a presentare la sua disciplina come una chiave di lettura della realtà. E ciò è tanto più bello quanto più si abbattono le distanze docente-discente e si entra in uno stretto rapporto di collaborazione nella ricerca della conoscenza su ogni particolare argomento affrontato. Dunque per me la passione del docente, unita alla sua preparazione, è il motore di un insegnamento proficuo perchè lo stesso docente, interessato e motivato a migliorare la propria metodologia didattica ed impegnato seriamente a trasmettere le sue esperienze, è anche in grado di leggere i segnali innovativi, da qualunque direzione provengano: ritengo che questo modo di porsi sia proprio di un docente nonchè educatore che viva la sua attività con passione, prima ancora che come un lavoro.
Infatti
la professione docente non è facile; lo è ancor meno quella dell’educatore.
Insegnare, poi, diventa ancora meno facile, di quanto già non sia, se lo si fa
solo per necessità di lavoro. Si può essere ottimi conoscitori della propria
disciplina e comunque non riuscire a trasmetterne i fondamenti a chi è
desideroso di apprenderli.
Per
questo mi convinco sempre di più, come accennavo prima riferendomi alla mia
esperienza personale, che l’insegnamento diventa gratificante e ricco di
soddisfazioni solo se coesistono la passione per la disciplina e l’obiettivo di
contribuire alla crescita della comunità.
Scendendo
poi più nel dettaglio, credo che una buona metodologia didattica, a mio
giudizio, dovrebbe promuovere e incentivare la creazione nelle scuole di
ambienti di apprendimento che superino lo schema classico:
lezione
frontale ® studio individuale ® interrogazione;
bisogna dare invece vita a comunità di discenti e docenti che insieme analizzano ed approfondiscono gli oggetti di studio nella costruzione dei saperi condivisi.
bisogna dare invece vita a comunità di discenti e docenti che insieme analizzano ed approfondiscono gli oggetti di studio nella costruzione dei saperi condivisi.
Come
corollario di questo obiettivo si deduce immediatamente che una didattica
nell'ambito della scuola può dirsi valida, a mio parere, solo se adotta metodi
di insegnamento capaci di valorizzare contemporaneamente gli aspetti cognitivi
e quelli sociali, gli aspetti affettivi così come quelli relazionali. In altri
termini non ci può essere apprendimento significativo se il soggetto non
condivide i momenti formativi facendoli propri. Quest'ultimo deve, cioè, poter
assimilare ed accomodare nella propria matrice cognitiva le nuove conoscenze di
cui è venuto in possesso.
mercoledì 28 novembre 2012
Una questione di fondamentale importanza: presupposti ed implicazioni della credibilità dell’insegnante e dell’interazione in classe
La credibilità è onestà, coerenza, fiducia e coinvolge
caratteristiche e qualità della persona, implica una sorta di rapporto, di
relazione che si instaura con chi si ha di fronte; la credibilità stessa
presuppone comunque una parte di rischio.
Ma quali sono le radici della credibilità? Intanto conoscenze
e competenze che identificano la figura di un esperto; poi valori di riferimento
comuni e dunque condivisibili; infine attaccamento e affettività che
rappresentano il tratto umano consistente proprio nel voler bene a qualcuno.
Facciamo una premessa sociologica: quello dell’insegnante è
un ruolo, un centro di aspettative nei confronti degli studenti, dei loro
genitori, dei colleghi, dei dirigenti e così via. Quindi la sua competenza si
esprime su quattro livelli:
-
l’insegnante è l’esperto in una disciplina, conosce
cioè bene la sua materia;
-
egli possiede la capacità di insegnare, vale a dire che
ha competenza didattica e metodologica che consente di condividere la
conoscenza di contenuti in maniera interessante e coinvolgente, il che implica
anche il possesso di competenze pedagogiche, psicologiche e sociologiche,
ragion per cui si può parlare di alta professionalità dell’insegnante stesso;
-
egli ha anche competenza comunicativa, intesa come
capacità di identificare il giusto ed adeguato stile di comunicazione da
utilizzare per ottenere efficacia comunicativa in base alle proprie finalità ed
al particolare contesto con cui si trova di volta in volta ad avere a che fare;
sono dunque importanti i destinatari della comunicazione quale elemento
fondamentale per l’efficacia della stessa comunicazione la quale si esplica
appunto nella capacità di assunzione dell’atteggiamento e del ruolo dell’altro
che si ha di fronte, spogliandosi del proprio egocentrismo ed evitando
l’autoreferenzialità, consapevoli del fatto che la comunicazione è in sé sempre
un rischio;
-
l’insegnante possiede anche competenza drammaturgica e
teatrale, nel senso che è sempre alla ribalta perchè il suo lavoro si svolge
quotidianamente sul ‘palcoscenico’ davanti agli studenti, è cioè sempre ‘attore’
sulla scena; per questo è necessario saper gestire ciò che va in scena ed è
richiesta appunto una presenza scenica per riuscire a comunicare efficacemente,
sapendo così come coinvolgere ed interessare chi guarda ed ascolta. Bisogna
essere in grado di controllare il setting operativo, trovando il giusto
equilibrio tra dinamismo, inteso come partecipazione emotiva dell’insegnante
nell’attività educativa e didattica, e immediatezza, ossia la capacità di
accorciare le distanze tra docente ed allievi. Risulta quindi essenziale
l’aspetto comunicativo unito a quello paralinguistico, rappresentato da scienze
come la cinesica e la prossemica.
Per quanto riguarda invece i valori da condividere nell’ambito
della propria professionalità, troviamo gli orientamenti normativi, i valori prettamente
professionali e quelli inerenti nello specifico il rapporto con i ragazzi. Nei
confronti della professione si può essere più o meno immedesimati, nel senso
che la professione stessa può rappresentare a vari livelli una realizzazione,
una vocazione. Si ha invece un approccio cinico quando la motivazione non è
intrinseca, ma appunto estrinseca. Naturalmente nella percezione
dell’interlocutore conta di più chi ci mette passione, per cui rivestono
particolare importanza in tale contesto l’aggiornamento professionale e
l’approfondimento. Altrettanto importante è la serietà in quanto
l’improvvisazione non paga anche perché è indice di scarsa considerazione di
chi si ha di fronte. Tra l’altro chi chiede serietà agli studenti deve innanzi
tutto essere sempre coerentemente ed onestamente serio di per sé stesso. Infatti l’esempio
risulta fondamentale perché si può chiedere precisione, puntualità e impegno,
solo se si è a propria volta precisi, puntuali ed impegnati; l’esempio è
inoltre determinante per soddisfare la
reciprocità delle aspettative.
In un tale contesto anche il concetto di giustizia risulta
essenziale, nel senso di operare senza parzialità, particolarismi e preferenze,
anche se chiaramente può non essere sempre semplice ed inequivocabile. La
giustizia così intesa sarà di tre tipi: distributiva, vale a dire ricevere il
giusto compenso per quello che si fa e produce; procedurale, cioè garantire a
tutti la stessa procedura di esecuzione delle azioni in classe;
interazionale-relazionale, che sta a significare non riservare maggiore
attenzione solo a determinati allievi a scapito dei restanti. La percezione
della giustizia da parte dei ragazzi rappresenta, per quanto detto, anche una
considerevole fetta della loro motivazione ad impegnarsi. La simpatia, quindi,
è senza dubbio una trappola perché può dar luogo alla manifestazione di
preferenze da evitare a prescindere.
Veniamo infine alla considerazione della dimensione
affettiva sia nei confronti del proprio lavoro sia degli studenti. Torniamo
intanto alla questione del metterci passione nello svolgere il proprio lavoro per
aggiungere che con ciò intendiamo il credere in quello che si fa ed essere adeguatamente
motivati a farlo. Passiamo poi a parlare nuovamente della credibilità per dire
che ne esistono tre varianti: c’è quella complementare, in cui due soggetti in
relazione tra loro non possono scambiarsi i ruoli; quella simmetrica, dove gli
stessi soggetti possono invece farlo; quella reciproca, in cui idealmente
assistiamo ad una complementarità che sa però ascoltare e presenta elementi di
simmetria uniti ad una maggiore funzionalità. L’insegnante è dunque davvero
credibile non solo perché è competente, appassionato, motivato e quant’altro
detto finora, ma soprattutto quando sa guardare ed ascoltare, interrogandosi
quotidianamente sulla presenza di ogni suo studente. Difatti l’esigenza
fondamentale di ciascun allievo è appunto che il proprio docente si accorga di
lui e lo tenga in giusta considerazione. Questa è, in ultima analisi, la grande
radice della credibilità.
Diciamo ancora poi che la competenza fa scattare il rispetto
da parte degli allievi, la serietà fa crescere la stima da parte loro,
l’umanità costituisce uno stimolo per l’immedesimazione.
Altra questione essenziale,
infine, è se sia o meno credibile un insegnante nella società attuale ed anche
in questo caso bisogna opportunamente distinguere. Nella fattispecie se
parliamo di credibilità DEL ruolo, va preso atto che il trend odierno tende a valutare
negativamente la figura dell’insegnante contrariamente al passato;
generalmente, infatti, i genitori appartenevano una volta ad un livello sociale
inferiore e manifestavano rispetto per l’insegnante. Dal punto di vista del
prestigio sociale, dunque, la situazione è totalmente cambiata ed a questo
indebolimento della figura e del ruolo dell’insegnante contribuiscono a vari livelli
anche il tipo di istituto e la disciplina insegnata. Se ci riferiamo, invece,
alla credibilità NEL ruolo, intendiamo con questa espressione il modo in cui
ogni insegnante interpreta il proprio ruolo; vale a dire, nello specifico, che,
nella dimensione e nel contesto in cui si viene a trovare, ciascun insegnante
si gioca le proprie carte ed è quindi direttamente responsabile della sua
credibilità.
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martedì 23 ottobre 2012
L’emergenza educativa: importanza delle principali agenzie educative, la famiglia e la scuola
Si dà il nome
generico di educazione all’imponente complesso di attività con le quali coloro
che hanno già raggiunto una certa maturità, gli adulti, cercano di rendere
possibile e favorire il medesimo conseguimento a coloro che sono ancora
relativamente immaturi, i giovani.
Nella nostra
società le principali agenzie deputate all’azione educativa sono la famiglia e
la scuola. Tanto i genitori quanto gli insegnanti e gli educatori in genere
hanno il dovere di occuparsi dello sviluppo dei figli e degli allievi per la
formazione di individui adulti integrati e attivi nel proprio contesto sociale.
La scuola deve
assicurare la crescita critica di personalità equilibrate e la famiglia, in un
certo senso “educata” a sua volta dalla società, possiede gli strumenti
educativi più potenti e determinanti, dato il contesto di interdipendenza
affettiva, emotiva e materiale da essa costituito. Purtroppo, però, come detto
anche in un altro intervento, è in crisi la capacità di una generazione di
adulti di educare i propri figli. A ciò si aggiunge la radicale modifica che ha
avuto l’habitat più naturale fin da bambini, costituito dalla famiglia, e
l’immensa spinta all’apprendimento virtuale impresso dalla tecnologia. Tra le
domande più significative da porsi, poi, c’è quella di come va sviluppata la
relazione educativa che sta alla base di tutto il processo formativo e quale
ruolo assume l’insegnante in questa opera di accompagnamento, non solo alla
conoscenza del mondo; per l’aspetto più propriamente educativo, inoltre, c’è
sicuramente da chiedersi come insegnare ai propri alunni a vivere su un pianeta
nel quale vi sono grandi contraddizioni e continui mutamenti. La scuola ha,
quindi, un compito che la caratterizza non solo come risorsa sociale
indispensabile per le esigenze della famiglia di oggi, ma anche una missione
culturale che incide notevolmente nell’orientare gli stessi genitori sulla
strada educativa da percorrere.
La relazione
educativa, quindi, rappresenta lo strumento attraverso il quale le intenzioni
educative diventano nel tempo risultati educativi. In effetti quando manca una
costruttiva relazione interpersonale tra adulti e ragazzi, l’impegno educativo
non produce effetti. Del resto i giovani si accorgono subito se gli input
educativi si poggiano su semplici enunciazioni o si basano su azioni
traducibili in esempi di vita, e ciò vale tanto per l’insegnante e l’educatore
quanto per i genitori che hanno come compito primario quello di educare i
propri figli e il dovere, pertanto, di esserne capaci.
Ecco perché,
anche dentro la scuola, è necessario riprendere il dibattito pedagogico su come
intendere oggi la relazione educativa e su quali valori poggiarla.
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