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martedì 5 luglio 2016

Rilevanza della qualità delle relative dinamiche nell’ambito di un processo educativo


E’ fondamentale procedere ad una valutazione qualitativa quando si parla di processo educativo e delle dinamiche ad esso collegate, in quanto sono vari i fattori che, integrandosi tra loro, agiscono ed incidono su ciascuno di noi confluendo in un atto educativo. Intanto per processo educativo dobbiamo intendere un percorso che prende origine dal concetto di educazione che va ben oltre ciò che si pensa comunemente e solitamente: riguarda e comprende qualsiasi stimolo proveniente dal mondo esterno, a cominciare dalla famiglia per proseguire con la scuola ed il sociale. Non a caso il termine “educare”, come quasi tutti sappiamo, deriva dal verbo latino “educere”, che significa appunto “tirar fuori”, “sviluppare”, dunque educare significa innanzitutto e indubbiamente aiutare e stimolare la crescita psicologica e fisica di un individuo orientandola in senso positivo e costruttivo. Quindi, in un senso ancora più ampio, la parola “educazione” arriva ad esprimere l’intero processo di formazione dell’uomo, indicandogli appunto la strada da intraprendere e seguire al fine di scoprire sé stesso e le proprie particolari caratteristiche ed inclinazioni. La definizione in questi termini del processo educativo rende ancor più chiaro così che l’atto educativo è in un certo qual modo un percorso che interviene in maniera continuativa nel tempo, consistendo in pratica in una prassi formativa che dura tutta la vita. Ora il come educare richiede inevitabilmente e necessariamente dei momenti di confronto e relazione e, in questo peculiare contesto, la comunicazione riveste una funzione essenziale in quanto ‘conditio sine qua non’ imprescindibile e fondamentale dell’esistenza umana come pure dell’ordinamento civile e sociale; infatti si pensi già solamente che ogni individuo è coinvolto a partire fin dall’inizio della propria vita in un cruciale ed indispensabile processo di acquisizione delle regole necessarie ed utili per comunicare efficacemente con gli altri suoi simili. Possiamo infine ritenere che ciascuno di noi venga invitato a svolgere il suo ruolo di educatore responsabile, a prescindere dal sistema di riferimento considerato come la famiglia, la scuola o qualunque altra comunità o centro di aggregazione sociale. Dunque la scelta di impegnarsi in modo chiaro, attivo, costante, duraturo e responsabilmente maturo nel portare avanti la propria missione educativa rappresenta sicuramente la giusta chiave attraverso la quale l'educando a noi affidato e di cui ci occupiamo può raggiungere un pieno sviluppo formativo ed un gratificante successo personale.     

sabato 12 dicembre 2015

La libertà di insegnamento come principio guida nel sistema dell'istruzione


Plinio il Vecchio sosteneva che “l’uomo è l’unico animale che non apprende nulla senza un insegnamento: non sa parlare, né camminare, né mangiare, insomma non sa far nulla allo stato di natura tranne che piangere”. L’affermazione mette in risalto il riconoscimento della fondamentale importanza dell’istruzione per la vita del singolo individuo e per la sua integrazione nella società. Non a caso l’istruzione è considerata un servizio pubblico essenziale, che va erogato ai cittadini secondo il principio di uguaglianza. Si pensi anche al fatto che negli ultimi anni si sono manifestate politiche riguardanti l’istruzione e la formazione professionale non solo a livello statale, ma anche comunitario. 
L’istruzione, dunque, data la sua essenzialità per l'individuo, è strettamente correlata con una serie di diritti e di libertà, quali il diritto allo studio, la libertà di creazione di istituti scolastici privati, la libertà di scelta dei genitori sulla formazione dei figli, e, fondamentale, la libertà di insegnamento.
Arti e scienze, nel nostro Paese sono libere e libero è il loro insegnamento. Ognuno può insegnare ciò che vuole nelle forme che considera più opportune; anzi, possono benissimo esistere scuole private accanto a scuole statali con gli stessi fini educativi. 
Lo Stato dunque non vuole avere, per ovvi motivi di demo­crazia, il monopolio dell'insegnamento. Sta alla famiglia, in co­scienza, decidere dove mandare i figli a scuola tenendo conto che vi possono essere istituti privati parificati a quelli pubblici, aventi cioè lo stesso valore delle scuole di Stato a tutti gli effetti. Un qualunque alunno infatti, sia di una scuola pubblica o pri­vata, parificata o non parificata, al termine del suo corso di studi deve sostenere e superare un esame di Stato che lo farà entrare in possesso di un diploma di studio e lo abiliterà all'esercizio professionale. Inoltre la libertà di insegnamento è garantita perché è il pezzo centrale del sistema pubblico dell'istruzione, e l'istruzione è un servizio pubblico. Dunque la libertà di insegnamento è necessariamente correlata al suo contrario: si debbono attuare finalità da altri determinate. Insomma, nella docenza, vi è una parte libera e una parte non libera: non può che essere così. 
Dunque la cosiddetta libertà d'insegnamento costituisce un valore fondamentale del nostro ordinamento, tutelato a livello costituzionale (art. 33, c. 1, Cost.), nonchè a livello di legge ordinaria  (art. 1 D.lgs 297/94) e di norme pattizie (art. 26 comma II, CCNL scuola 2003). Su tale questione, infine, non sono possibili mediazioni, perchè la libertà di insegnamento, quella reale, garantita dall'art.33 della Costituzione, è in tutta evidenza di natura individuale: al riconoscimento di tale libertà corrisponde l'attribuzione di un diritto soggettivo al singolo docente, il quale, in piena autonomia e senza condizionamenti, proprio perchè libero, deve poter decidere, entro i limiti fissati dalla legge, sia le modalità tecnico-didattiche del proprio insegnamento, sia i valori formativi che intende trasmettere ai propri allievi.

martedì 5 marzo 2013

L’identità della pedagogia oggi


          Oggi la pedagogia di sicuro non ha più come proprio unico oggetto il bambino, dal momento che, allo stato attuale, la pedagogia stessa si occupa dell'educazione e della formazione di tutti i soggetti durante l'intero arco della vita e nella relazione con determinati contesti e ambienti (lifelong learning e lifewide learning). 
Infatti l'istruzione è oggi più che mai uno strumento indispensabile per la costruzione di una realtà di pace e buoni rapporti tra le persone. In tutto questo le politiche per il Lifelong Learning, vale a dire l'educazione permanente lungo tutto l'arco della vita, giocano un ruolo fondamentale per consentire una formazione adeguata alle nuove e crescenti richieste della società e del mondo del lavoro. Il valore fondamentale del Lifelong Learning e le nuove frontiere dell'istruzione e della formazione sono testimoniati anche dall'evoluzione del concetto stesso di alfabetizzazione, da acquisizione delle competenze di base, leggere, scrivere, fare di conto, a insieme complesso di saperi che spazia tra varie discipline ed abbandona l'idea di un sapere dogmatizzato in favore di una 'forma mentis' più flessibile e critica. In effetti nella società in cui viviamo le nozioni apprese a scuola vengono troppo facilmente e troppo velocemente dimenticate; il mondo del lavoro invece richiede un alto livello di scolarizzazione, che poi va mantenuto. Per questo occorre creare una circolarità virtuosa tra apprendimento e lavoro.
Il Lifelong Learning non è un nuovo slogan della pedagogia, ma un concetto che ha cambiato l'idea stessa di pedagogia, facendo capire che essa non può limitarsi alla sola età della crescita ma deve snodarsi lungo tutto l'arco della vita. La sfida dell'uomo del futuro, dunque, è apprendere ad apprendere, mentre per la scuola si aprono nuove frontiere, in particolare quelle rappresentate dalle cosiddette neo-alfabetizzazioni: l'educazione ambientale, la bioetica, la multicultura e l'educazione alla pace.
Quindi la sfida attuale dell'educazione impone alla pedagogia di darsi un altro volto. Un volto interpretativo e critico, profetico anche, progettuale e non-sistemico, capace di attestarsi proprio sul carattere formale di essere sfida e di pensare il futuro piuttosto che il presente. La pedagogia attuale onora però questo suo compito solo in parte; in ogni caso il tempo del ripensare sul piano teorico l'educazione e di pensarla in termini critico­-radicali sembra quasi del tutto tramontato. 'Fare pedagogia' è, sempre di più, stare nella dimensione amministrativa: risolvere problemi sociali urgenti e legati al funzionamento del sistema, da ottimizzare e da regolare secondo la logica del calcolo. Poche voci si levano contro e oltre questa tendenza attuale del 'fare pedagogia' appunto.
Del resto la svolta epocale della globalizzazione e della civiltà planetaria ci impone di fissare nuove grandi mete che solo l'educazione ci permetterà di realizzare, poiché solo essa progetta e trasforma insieme, soprattutto essa pensa il futuro dall'uomo e per l'uomo.
E' per questo che una pedagogia concepita in tal modo deve contrassegnarsi prevalentemente partendo dalla progettazione e interpretazione del futuro. Deve leggerne i segni nel presente, deve decantarne le attese, deve organizzarne l'immagine, assegnando a quel futuro un'identità e una fattibilità: un'identità, appunto, organica, e una fattibilità strutturata in strategie, politiche sociali e individuali. L'aspetto di organicità di tale futuro deve emergere dall'analisi razionale dei bisogni e delle attese, in quanto la validità e l'efficacia di un tale progetto si misura proprio su questo scenario di costruzione di un tempo nuovo che tenga conto delle istanze più profonde, e più propriamente umane, che tale futuro già dal nostro presente mette in gioco. Quel futuro sarà e dovrà essere per l'uomo, per quell"umanità' che la pedagogia cura, tutela e 'coltiva' e che già nel presente appare come il principio e valore intorno al quale dovrà venire a costituirsi il mondo futuro.

giovedì 17 gennaio 2013

Ruolo della formazione nella società della conoscenza


La società del terzo millennio è assai diversa da quella per la quale era stato progettato il sistema di istruzione che stiamo per abbandonare (nella scuola) o è stato abbandonato (nell'università). Globalizzazione, 'new economy', finanziarizzazione dell'economia, apertura dei mercati internazionali sono alcuni degli elementi che caratterizzano le società nelle quali viviamo e con le quali i sistemi formativi devono oggi fare i conti. Negli scenari attuali, la risorsa economica di base non sono più, o almeno non soltanto, il capitale finanziario o il lavoro e tanto meno le risorse naturali, ma le relazioni, le conoscenze, il capitale umano e intellettuale. Le conoscenze, le capacità e l'immaginazione, così come il 'networking' per la messa a fattor comune di esperienze, capacità e conoscenze e, quindi, la capacità di apprendere, contano più dei capitali fisici, tecnologici e finanziari tradizionalmente al centro degli scenari economici ed organizzativi.
L'esigenza di formare persone con elevate qualifiche, calate sulla cultura locale, deve sapersi conciliare contemporaneamente con la necessità di fornire quelle competenze necessarie per rapportarsi ad una società che non ha altri confini che non siano quelli planetari. Ciò anche alla luce delle principali trasformazioni del mercato del lavoro, che pongono l'accento sull'importanza della circolazione del sapere in una logica tesa alla formazione dell'individuo non solo nelle sue componenti legate al lavoro e alla sfera produttiva, ma anche nel rispetto della sua crescita personale e sociale (si pensi all'introduzione di concetti come 'empowerment' e 'self-empowerment') quale soggetto responsabile ed attivo anche sul piano del sapersi mettere e rimettere in gioco in mercati del lavoro mobili, fluidi, flessibili e precari.
Centrale diviene il ruolo dell'individuo come risorsa, in cui l'identità professionale richiama non solo abilità di ordine tecnico, ma anche un capitale umano da costruire e ricostruire lungo tutto l'arco dell'esistenza. Cambiano quindi le caratteristiche richieste ai "nuovi" lavoratori: a questi non vengono semplicemente chieste conoscenze generali o competenze specialistiche, ma anche e soprattutto propensione ad apprendere, capacità di cogliere i segnali di cambiamento e di reagire ai problemi, flessibilità e mobilità. Alle competenze tradizionali si aggiungono oggi competenze di carattere generale e trasversale, o metacompetenze, che consentono quindi al lavoratore di muoversi in contesti sempre meno regolati. Così come l''e-competence' è un termine, e una richiesta, sempre più presente negli scenari delle nostre vite, lavorative e non.
L'uso della parola competenza nella riflessione sul sapere e sul saper fare, poi, è da tempo oggetto di dibattito, poiché si tratta di un concetto dai contorni sfumati, che non a caso viene utilizzato per esprimere l'ambivalenza di mutamenti culturali che riguardano il passaggio dalla centralità del concetto di insegnamento a quello di apprendimento; se si assume questa prospettiva, riflettere sul formare e sull'educare significa non tanto soffermarsi sui contenuti, vale a dire i singoli saperi e le discipline, ma sul modo in cui si predispone un soggetto all'apprendimento.
Nell'attuale società i saperi subiscono una continua trasformazione in qualsiasi campo, e nuovi saperi entrano continuamente e velocemente nel complesso scenario della conoscenza. Non è più possibile continuare a riprodurre le conoscenze nei modi tradizionali e, se le istituzioni formative, in primis la scuola e le università, non si adegueranno nell'organizzare nuove modalità di trasmissione dei saperi, correranno il rischio di essere emarginate dalle nuove infrastrutture di produzione della conoscenza.
Il concetto di apprendimento, così come quello dei saperi in rete e del networking, diviene il nucleo intorno al quale ruota l'impostazione della formazione oggi, a qualsiasi livello, in una prospettiva che ne sottolinea il carattere costruttivo: ogni soggetto si impegna nella costruzione delle proprie abilità, assume consapevolezza del proprio punto di vista, in una continua attività di organizzazione e di riorganizzazione delle proprie conoscenze e capacità, in un processo in cui la persona assume quindi un ruolo attivo, con un accento particolare sul modo in cui si apprende e in cui si produce apprendimento.
Per quanto riguarda, in particolare, le aziende e le altre organizzazioni, solo negli ultimi anni la maggior parte dei manager hanno cominciato a considerare conoscenze e competenze come risorse strategiche che dovrebbero gestire allo stesso modo in cui gestiscono i flussi di cassa, il personale o le materie prime. II lavoro manageriale del futuro prossimo venturo sarà connotato, ben più di oggi, in termini di sviluppo del capitale umano e intellettuale: creazione di conoscenza organizzativa, gestione e sviluppo delle conoscenze, delle capacità e delle abilità, per diffonderle all'interno/esterno delle organizzazioni e tradurle in prodotti, servizi e sistemi.
Valga tutto quanto detto con l'avvertenza che la conoscenza è un oggetto complesso e poliedrico: accanto a conoscenze verbali, o comunque verbalizzate e narrate, o numeriche, troviamo 'insights' soggettivi, intuizioni, modelli mentali, credenze, percezioni e varie forme di quella che viene solitamente definita "conoscenza tacita" e che ci ricorda che noi possiamo conoscere e saper fare più di quello che sappiamo esprimere e, inoltre, che le conoscenze più preziose difficilmente possono essere insegnate e trasmesse con modalità dirette e classiche, vuoi perché per un certo verso obsolete, vuoi perché ormai insufficienti a soddisfare le esigenze e le richieste formative attuali. Ben sapendo, comunque, che le tecnologie da sole non possono garantire l'utilizzo ottimale del capitale umano e intellettuale e che l'elemento chiave più rilevante per un pieno utilizzo delle conoscenze e delle capacità è costituito dal consolidamento di una cultura organizzativa volta a incoraggiare e supportare la condivisione delle conoscenze e delle competenze.
(di B. Bertagni, M. La Rosa, F. Salvetti)

mercoledì 28 novembre 2012

Una questione di fondamentale importanza: presupposti ed implicazioni della credibilità dell’insegnante e dell’interazione in classe


La credibilità è onestà, coerenza, fiducia e coinvolge caratteristiche e qualità della persona, implica una sorta di rapporto, di relazione che si instaura con chi si ha di fronte; la credibilità stessa presuppone comunque una parte di rischio.
Ma quali sono le radici della credibilità? Intanto conoscenze e competenze che identificano la figura di un esperto; poi valori di riferimento comuni e dunque condivisibili; infine attaccamento e affettività che rappresentano il tratto umano consistente proprio nel voler bene a qualcuno.
Facciamo una premessa sociologica: quello dell’insegnante è un ruolo, un centro di aspettative nei confronti degli studenti, dei loro genitori, dei colleghi, dei dirigenti e così via. Quindi la sua competenza si esprime su quattro livelli:
-         l’insegnante è l’esperto in una disciplina, conosce cioè bene la sua materia;
-         egli possiede la capacità di insegnare, vale a dire che ha competenza didattica e metodologica che consente di condividere la conoscenza di contenuti in maniera interessante e coinvolgente, il che implica anche il possesso di competenze pedagogiche, psicologiche e sociologiche, ragion per cui si può parlare di alta professionalità dell’insegnante stesso;
-         egli ha anche competenza comunicativa, intesa come capacità di identificare il giusto ed adeguato stile di comunicazione da utilizzare per ottenere efficacia comunicativa in base alle proprie finalità ed al particolare contesto con cui si trova di volta in volta ad avere a che fare; sono dunque importanti i destinatari della comunicazione quale elemento fondamentale per l’efficacia della stessa comunicazione la quale si esplica appunto nella capacità di assunzione dell’atteggiamento e del ruolo dell’altro che si ha di fronte, spogliandosi del proprio egocentrismo ed evitando l’autoreferenzialità, consapevoli del fatto che la comunicazione è in sé sempre un rischio;
-         l’insegnante possiede anche competenza drammaturgica e teatrale, nel senso che è sempre alla ribalta perchè il suo lavoro si svolge quotidianamente sul ‘palcoscenico’ davanti agli studenti, è cioè sempre ‘attore’ sulla scena; per questo è necessario saper gestire ciò che va in scena ed è richiesta appunto una presenza scenica per riuscire a comunicare efficacemente, sapendo così come coinvolgere ed interessare chi guarda ed ascolta. Bisogna essere in grado di controllare il setting operativo, trovando il giusto equilibrio tra dinamismo, inteso come partecipazione emotiva dell’insegnante nell’attività educativa e didattica, e immediatezza, ossia la capacità di accorciare le distanze tra docente ed allievi. Risulta quindi essenziale l’aspetto comunicativo unito a quello paralinguistico, rappresentato da scienze come la cinesica e la prossemica.
Per quanto riguarda invece i valori da condividere nell’ambito della propria professionalità, troviamo gli orientamenti normativi, i valori prettamente professionali e quelli inerenti nello specifico il rapporto con i ragazzi. Nei confronti della professione si può essere più o meno immedesimati, nel senso che la professione stessa può rappresentare a vari livelli una realizzazione, una vocazione. Si ha invece un approccio cinico quando la motivazione non è intrinseca, ma appunto estrinseca. Naturalmente nella percezione dell’interlocutore conta di più chi ci mette passione, per cui rivestono particolare importanza in tale contesto l’aggiornamento professionale e l’approfondimento. Altrettanto importante è la serietà in quanto l’improvvisazione non paga anche perché è indice di scarsa considerazione di chi si ha di fronte. Tra l’altro chi chiede serietà agli studenti deve innanzi tutto essere sempre coerentemente ed onestamente serio di per sé stesso. Infatti l’esempio risulta fondamentale perché si può chiedere precisione, puntualità e impegno, solo se si è a propria volta precisi, puntuali ed impegnati; l’esempio è inoltre determinante per soddisfare  la reciprocità delle aspettative.
In un tale contesto anche il concetto di giustizia risulta essenziale, nel senso di operare senza parzialità, particolarismi e preferenze, anche se chiaramente può non essere sempre semplice ed inequivocabile. La giustizia così intesa sarà di tre tipi: distributiva, vale a dire ricevere il giusto compenso per quello che si fa e produce; procedurale, cioè garantire a tutti la stessa procedura di esecuzione delle azioni in classe; interazionale-relazionale, che sta a significare non riservare maggiore attenzione solo a determinati allievi a scapito dei restanti. La percezione della giustizia da parte dei ragazzi rappresenta, per quanto detto, anche una considerevole fetta della loro motivazione ad impegnarsi. La simpatia, quindi, è senza dubbio una trappola perché può dar luogo alla manifestazione di preferenze da evitare a prescindere.
Veniamo infine alla considerazione della dimensione affettiva sia nei confronti del proprio lavoro sia degli studenti. Torniamo intanto alla questione del metterci passione nello svolgere il proprio lavoro per aggiungere che con ciò intendiamo il credere in quello che si fa ed essere adeguatamente motivati a farlo. Passiamo poi a parlare nuovamente della credibilità per dire che ne esistono tre varianti: c’è quella complementare, in cui due soggetti in relazione tra loro non possono scambiarsi i ruoli; quella simmetrica, dove gli stessi soggetti possono invece farlo; quella reciproca, in cui idealmente assistiamo ad una complementarità che sa però ascoltare e presenta elementi di simmetria uniti ad una maggiore funzionalità. L’insegnante è dunque davvero credibile non solo perché è competente, appassionato, motivato e quant’altro detto finora, ma soprattutto quando sa guardare ed ascoltare, interrogandosi quotidianamente sulla presenza di ogni suo studente. Difatti l’esigenza fondamentale di ciascun allievo è appunto che il proprio docente si accorga di lui e lo tenga in giusta considerazione. Questa è, in ultima analisi, la grande radice della credibilità.
Diciamo ancora poi che la competenza fa scattare il rispetto da parte degli allievi, la serietà fa crescere la stima da parte loro, l’umanità costituisce uno stimolo per l’immedesimazione.
Altra questione essenziale, infine, è se sia o meno credibile un insegnante nella società attuale ed anche in questo caso bisogna opportunamente distinguere. Nella fattispecie se parliamo di credibilità DEL ruolo, va preso atto che il trend odierno tende a valutare negativamente la figura dell’insegnante contrariamente al passato; generalmente, infatti, i genitori appartenevano una volta ad un livello sociale inferiore e manifestavano rispetto per l’insegnante. Dal punto di vista del prestigio sociale, dunque, la situazione è totalmente cambiata ed a questo indebolimento della figura e del ruolo dell’insegnante contribuiscono a vari livelli anche il tipo di istituto e la disciplina insegnata. Se ci riferiamo, invece, alla credibilità NEL ruolo, intendiamo con questa espressione il modo in cui ogni insegnante interpreta il proprio ruolo; vale a dire, nello specifico, che, nella dimensione e nel contesto in cui si viene a trovare, ciascun insegnante si gioca le proprie carte ed è quindi direttamente responsabile della sua credibilità.

martedì 20 novembre 2012

Un pensiero sull'educazione


"[....] L'educazione ben diretta non ha tanto di mira d'insegnare una o due idee positive di più o di meno, quanto di ispirare l'amore di una scienza [....]. Quasi diremmo che non si tratta di formare un libro ma un uomo; giacchè a un libro rassomiglia un uomo meramente passivo, il quale tante idee tiene quante gliene sono state date, mentre al contrario il carattere della mente è quello di essere attiva, creatrice". 
Vincenzo Cuoco

martedì 23 ottobre 2012

L’emergenza educativa: importanza delle principali agenzie educative, la famiglia e la scuola


Si dà il nome generico di educazione all’imponente complesso di attività con le quali coloro che hanno già raggiunto una certa maturità, gli adulti, cercano di rendere possibile e favorire il medesimo conseguimento a coloro che sono ancora relativamente immaturi, i giovani.
Nella nostra società le principali agenzie deputate all’azione educativa sono la famiglia e la scuola. Tanto i genitori quanto gli insegnanti e gli educatori in genere hanno il dovere di occuparsi dello sviluppo dei figli e degli allievi per la formazione di individui adulti integrati e attivi nel proprio contesto sociale.
La scuola deve assicurare la crescita critica di personalità equilibrate e la famiglia, in un certo senso “educata” a sua volta dalla società, possiede gli strumenti educativi più potenti e determinanti, dato il contesto di interdipendenza affettiva, emotiva e materiale da essa costituito. Purtroppo, però, come detto anche in un altro intervento, è in crisi la capacità di una generazione di adulti di educare i propri figli. A ciò si aggiunge la radicale modifica che ha avuto l’habitat più naturale fin da bambini, costituito dalla famiglia, e l’immensa spinta all’apprendimento virtuale impresso dalla tecnologia. Tra le domande più significative da porsi, poi, c’è quella di come va sviluppata la relazione educativa che sta alla base di tutto il processo formativo e quale ruolo assume l’insegnante in questa opera di accompagnamento, non solo alla conoscenza del mondo; per l’aspetto più propriamente educativo, inoltre, c’è sicuramente da chiedersi come insegnare ai propri alunni a vivere su un pianeta nel quale vi sono grandi contraddizioni e continui mutamenti. La scuola ha, quindi, un compito che la caratterizza non solo come risorsa sociale indispensabile per le esigenze della famiglia di oggi, ma anche una missione culturale che incide notevolmente nell’orientare gli stessi genitori sulla strada educativa da percorrere.
La relazione educativa, quindi, rappresenta lo strumento attraverso il quale le intenzioni educative diventano nel tempo risultati educativi. In effetti quando manca una costruttiva relazione interpersonale tra adulti e ragazzi, l’impegno educativo non produce effetti. Del resto i giovani si accorgono subito se gli input educativi si poggiano su semplici enunciazioni o si basano su azioni traducibili in esempi di vita, e ciò vale tanto per l’insegnante e l’educatore quanto per i genitori che hanno come compito primario quello di educare i propri figli e il dovere, pertanto, di esserne capaci.
Ecco perché, anche dentro la scuola, è necessario riprendere il dibattito pedagogico su come intendere oggi la relazione educativa e su quali valori poggiarla. 

martedì 15 maggio 2012

Sulla figura del docente-educatore


Il docente-educatore assolve un compito e riveste un ruolo di fondamentale importanza, nell'ambito e nel contesto delle istituzioni educative e convittuali, che richiedono competenza, passione, professionalità, vocazione e responsabilità; in effetti la funzione principale ed essenziale del docente-educatore stesso consiste appunto e propriamente nell'educare, nel senso più alto ed ampio del termine, e nel formare quindi i giovani alla sua figura affidati. Il suo obiettivo primario sarà dunque quello di tirar fuori da ciascuno di loro il meglio di sè, facendoli crescere, maturare e soprattutto facendo acquisire loro coscienza e consapevolezza della propria individualità ed identità nella società; inotre farà in modo di renderli così delle persone capaci e pronte a prendere decisioni ed in grado di compiere le proprie scelte autonomamente e liberamente per sapersi costruire quotidianamente un solido futuro da adulti.