giovedì 30 novembre 2023

Sulle figure che rappresentano dei modelli di riferimento e inducono a comportamenti virtuosi nell'attuale contesto sociale.


Viviamo in un'epoca caratterizzata da sfide complesse e mutevoli, eppure emergono individui che si distinguono come autentici modelli di comportamento virtuoso. Queste figure, spesso trascurate dalle luci della ribalta, sono fondamentali per ispirare una società impegnata nella costruzione di valori solidi e relazioni positive.

Innanzitutto, educatori appassionati rappresentano pilastri fondamentali per la formazione di individui virtuosi. Attraverso il loro impegno nel coltivare l'empatia, la tolleranza e la consapevolezza sociale, contribuiscono a plasmare cittadini capaci di relazioni costruttive e rispetto reciproco. Il loro impatto va oltre la trasmissione di conoscenze, estendendosi alla creazione di un terreno fertile per lo sviluppo delle virtù umane.

I leader etici, sia nel settore pubblico che privato, assumono un ruolo cruciale nel modellare comportamenti virtuosi. La trasparenza, l'integrità e la responsabilità etica incarnate da questi leader fungono da guida per chi li osserva. La loro capacità di prendere decisioni difficili senza compromettere i principi morali offre un faro per coloro che aspirano a un comportamento etico anche nelle circostanze più impegnative.

Altrettanto importanti sono gli attivisti impegnati in cause sociali e ambientali. Questi individui coraggiosi lottano per giustizia, uguaglianza e sostenibilità, dimostrando che il perseguimento di ideali virtuosi può essere un catalizzatore per il cambiamento positivo. La loro dedizione ispira altri a unirsi a cause nobili e a essere agenti di trasformazione nella propria comunità.

Infine, le figure di riferimento nelle comunità locali giocano un ruolo essenziale nel coltivare un tessuto sociale sano. Coloro che promuovono la gentilezza, la solidarietà e la cooperazione contribuiscono a creare ambienti in cui fioriscono i comportamenti virtuosi. Questi modelli di vicinato dimostrano che anche gesti apparentemente piccoli possono avere un impatto significativo sulla collettività.

In conclusione, i modelli di riferimento per comportamenti virtuosi oggi sono coloro che incarnano valori come l'empatia, l'integrità e la responsabilità sociale. Educatori, leader etici, attivisti e figure di riferimento locali svolgono un ruolo chiave nel plasmare una società in cui la virtù è al centro delle interazioni umane. La loro influenza è un faro di speranza in un mondo che, attraverso tali esempi, può aspirare a un futuro più etico e solidale.

(AI-Generated Text)

domenica 6 dicembre 2020

L'educazione é alla base di una bella vita


L'educazione é alla base di una bella vita

Modeling ed empatia in classe. Rinforzo positivo e neuroni specchio, per una buona didattica


Il termine “modeling” è utilizzato in diversi campi, oggigiorno: non solo quello della didattica. Esso fu coniato da Albert Bandura per indicare una modalità di apprendimento che si basa sull’osservazione di un modello e la riproduzione del suo comportamento.
Bandura, in tal modo, fuse comportamentismo e psicologia cognitiva, definendo in senso lato l’apprendimento come imitazione.

L’esperimento

Bandura effettuò alcuni esperimenti per dar credito alla sua teoria e identificare un modello di apprendimento basato sull’imitazione: tra questi, uno famoso è quello che coinvolse alcuni bambini, divisi in due gruppi.
Al primo gruppo mostrò dei filmati in cui un adulto si comportava in maniera aggressiva con una bambola, colpendola più volte, mentre al secondo gruppo di bambini non mostrò nulla.
I bambini vennero poi lasciati liberi di agire come meglio credevano in una stanza piena di oggetti, e quelli che avevano visto il filmato cominciarono ad agire in maniera più aggressiva con essi.

Il modello del docente e il rinforzo vicariante

Dunque, in accordo con Bandura, è importante che il docente rappresenti un modello da imitare.
Molto spesso gli insegnanti che utilizzano questa metodologia si avvalgono anche del “rinforzo vicariante”.
Si tratta da una eventuale punizione o premio elargito sulla base del comportamento dell’alunno, che dovrebbe essere in conformità con un modello condiviso da tutta la classe.
Tale modello può essere sia ideale – ovvero costituito da una “behavioural persona” (una serie di regole che vanno a costituire il comportamento perfetto) oppure reale, dunque rappresentato dal docente o chi ne fa le veci.

I neuroni specchio

L’apprendimento dei comportamenti deriva perciò dall’osservazione di un modello – reale o ideale – che viene imitato.
Ma perché si fanno le stesse cose che si vedono fare agli altri?
Perché si innesca un processo di empatia.
Esso avviene per la presenza, nel nostro cervello, dei cosiddetti neuroni-specchio, che si attivano nella nostra corteccia cerebrale quando vediamo qualcuno compiere qualcosa o provare un sentimento (come accade nei film: piangiamo se sono drammatici, ad esempio).
In pratica – come è stato scoperto anche grazie a un esperimento sui macachi – che si compia un’azione o la si veda compiere è indifferente a livello cerebrale: in noi si attiva lo stesso identico pattern.

Se manca l’empatia?

Lo sviluppo dell’empatia dunque è una conditio sine qua non per attivare il modeling.
Il motivo per cui esso non è una strategia sempre attuabile sta proprio in questo: perde efficacia con bambini o ragazzi affetti da autismo – nelle sue varie forme, anche lievi (es. sindrome di Asperger), poiché essi accusano un ridotto funzionamento di questo tipo di neuroni.
In tal caso, dunque, bisognerà puntare non sull’apprendimento per imitazione (intuitivo, automatico) bensì su una spiegazione del comportamento da seguire – modellata secondo le esigenze del discente affetto da autismo.

Obiettivo

L’obiettivo principale del modeling, in definitiva, è quello di instillare nei discenti la percezione dell’auto-efficacia, che secondo Bandura è “la convinzione delle proprie capacità di organizzare e realizzare il corso di azioni necessarie per gestire adeguatamente le situazioni che si incontreranno in un determinato contesto, in modo da raggiungere gli obiettivi prefissati”.

Nella pratica

Per raggiungere l’obiettivo del modeling, recentemente, i docenti mettono in pratica una strategia video, che consiste nel far guardare ai discenti dei brevi filmati audiovisivi concernenti buone pratiche e modelli da seguire.
Ciò accade soprattutto per materie come l’educazione civica e ambientale (quelle che raccolgono probabilmente più delle altre un corpus di norme).
Il vantaggio del modeling attraverso il video è quello di mettere in atto situazioni di auto-apprendimento tramite un medium che gode di forte influenza nei bambini e negli adolescenti.
In tal modo, i discenti scoprono anche la funzione didascalica della televisione, e al tempo stesso hanno un livello di attenzione maggiore
(Di Myriam Caratù)

venerdì 24 aprile 2020

Apocalypse Now


Un fatto è certo: quando ho iniziato ad esercitare la mia professione di psicoterapeuta, occupandomi nel tempo sempre più  di bambini, di adolescenti e delle loro famiglie, non avrei mai pensato di affrontare problemi, disagi e psicopatologie in rapidissimo cambiamento, quasi che dovessi aggiornare le mie mappe mentali non ogni decennio, attraverso i consueti aggiornamenti scientifici, ma con cadenza quasi semestrale, se non addirittura mensile. Un po’ come si fa ora per i software. Ciò che facevo una volta, la diagnosi, la valutazione clinica e gli interventi, risultano spesso oggi fuori luogo, inutili e, rivedendoli col senno di poi, li vivo quasi con nostalgia professionale. Raro ormai incontrare bambini ossessivi o fobici; la depressione, perlomeno quella caratterizzata da ritiro e senso di tristezza, sembra quasi inesistente; di adolescenti con esordi psicotici se ne vedono sempre meno e famiglie disfunzionali, con le caratteristiche che mi hanno insegnato all’università o come recitano i “sacri” testi, sono quasi in estinzione, o almeno così pare. Al mio studio accedono una grande quantità di bambini disorganizzati che si muovono come trottole, che non riescono neppure a rimanere seduti e a guardarti in faccia; adolescenti refrattari che non hanno né timori né curiosità, che non sanno neppure perché si trovano da uno psicologo né reputano necessario saperlo; genitori confusi che domandano cosa abbia il proprio figlio senza mai aver pensato (fino a quel giorno) cosa significhi essere padri o madri e cosa bisognerebbe fare per esserlo. Nel tentativo di offrire un aiuto a queste famiglie e ai loro figli, vengo a scoprire storie e trame così incredibili da superare ogni estrema fantasia: non posso riportare queste storie; non le posso raccontare in quanto nessuno (dico nessuno) mi crederebbe, ma so che molti miei colleghi sanno di cosa parlo. Parlo di un’educazione sprofondata; di genitori che, per non far soffrire i loro figli rosei e cicciottelli, non hanno mai pronunciato un “no”, non hanno mai detto loro cosa è bene fare e cosa non fare, salvo avere amputato loro la dimensione del tempo, facendoli collassare in un “presente infinito” da “svoltare” a tutti i costi. Ecco dunque giungere a consultazione genitori picchiati da figli di due anni e mezzo (sì, avete capito bene: due anni e mezzo! Non ci credete, vero? Vi avevo avvisato, però); adolescenti senza alcun desiderio e con un campo cognitivo ristrettissimo, a tal punto da non riuscire a dare una semplice indicazione stradale (non si tratta di soggetti insufficienti mentali, soltanto avulsi dalla realtà); ragazzini che di giorno mettono a soqquadro le case, insultano gli adulti, ma che stranamente di notte, da tremendi orchi e tiranni, si trasformano improvvisamente in teneri pulcini smarriti, non in grado, per la paura, di dormire da soli (lo sapete che ho conosciuto anche una famiglia che ha fatto costruire un lettone a quattro piazze, per ospitare di notte i due piccoli orchetti? Lo so, non ci credete, ma ho le prove…). Il buonismo ad ogni costo, il non dare regole perché altrimenti i figli soffrono, il dare tutto ciò che vogliono per non farli sentire diversi, sta mietendo vittime oltre ogni nostra immaginazione e sta rapidamente cambiando non solo le caratteristiche della psicopatologia dell’età evolutiva, ma anche l’esistenza quotidiana. Tutto questo infatti si traduce in un aumento esponenziale di patologie connotate da dipendenza specialmente nell’adolescenza. Malgrado il fenomeno sia massiccio e sotto gli occhi di tutti, poco se ne parla: media e TV sono indaffarati a dare la caccia a trans […] e a scontri politici tra goffi personaggi somiglianti sempre più a pupazzi da rottamare, mentre gli opinion leader più invitati arrivano numerosi da quelle “scuole di pensiero di alto profilo” come il Grande Fratello e company. La crisi economica, la disoccupazione, il buco dell’ozono, l’energia rappresentano sicuramente dei problemi enormi, ma diventano quasi irrilevanti di fronte a quanto sta accadendo negli ultimi anni alle giovani generazioni e alle loro famiglie. Si ripete sempre, e spesso ci si riempie la bocca, che i bambini sono patrimonio dell’umanità (e non può essere diversamente, poiché rappresentano il futuro del pianeta), ma è rarissimo che qualcuno, qualche istituzione, qualche governo, qualche struttura sovranazionale ci indichi come salvaguardare questo preziosissimo patrimonio. Eppure oggi sappiamo per certo […] quanto occorre fare e quanto andrebbe evitato per crescere i figli forti, autonomi e sicuri. Sarebbe necessario che le istituzioni, avvalendosi della ricerca scientifica e dei più avanzati studi nell’ambito della psicologia dello sviluppo, iniziassero a costruire interventi lungimiranti a favore dei bambini e degli adolescenti, a cominciare dalla famiglia e dalla scuola. Non attraverso riforme e leggi statiche che poco cambiano la sostanza, ma cercando di costruire insieme e gradualmente una cultura pedagogica condivisa. Immagino scuole per genitori permanenti accanto a quelle tradizionali degli alunni; trasmissioni televisive intelligenti e mirate a stratificare culture.

 (Rosanna Schiralli, psicologa e psicoterapeuta)

sabato 14 marzo 2020

giovedì 24 gennaio 2019

L'Educatore (Docente del Personale Educativo), questo 'sconosciuto'...


L’Educatore, prima detto Istitutore, quindi ora Docente (del Personale) Educativo, “oltre” i luoghi comuni del preconcetto e della controinformazione e/o ignoranza largamente diffuse. 
È confidente dei suoi alunni, motivatore, tutor, assistente nello studio, esempio morale, guida psicologica, mediatore nelle relazioni tra pari e/o con gli adulti, consulente per le famiglie, per i docenti, per il DS; tutela, protegge, vigila, ammonisce, rincuora, sostiene, ascolta, orienta, corregge, gratifica.
Dopo un paio di giorni dall’inizio dell’anno scolastico, prodigiosamente, conosce già perfettamente tutti i nomi dei suoi nuovi alunni, perchè li ha registrati con la memoria del cuore e quindi per lui appaiono tutti importanti e diversi tra loro, unici: li tratta come persone, non come numeri.
I suoi strumenti non sono specificamente didattici, ma emotivi, passionali e umani. Se riveste appieno il suo nobile ruolo è sempre capace, riesce a farsi seguire dagli allievi, ma direi questa è anzi la sua dimensione naturale e quotidiana: quindi è da encomiare per quanto sia prezioso il suo “ufficio”, tenendo presente che opera e si fa valere senza ricorrere alla minaccia delle interrogazioni, allo spauracchio del voto, o a quello del debito e, ancor peggio, anche senza alcuna traccia di valutazione sulla sua delicata e complessa azione educativa.
Pare incontrovertibile che il peggiore o anche il mediocre tra tutti è potenzialmente, per le ragioni esposte, il migliore di qualsiasi ‘docente di disciplina’, che non possa a sua volta definirsi, prima ancora che docente, Educatore egli stesso. Questo giustifica la grande risonanza della sua presenza e vicinanza sui suoi ragazzi, che con suo immenso orgoglio dicono di sentirsi “orfani” senza di lui!!
“L’abilitazione” alla professione non la ottieni solo col titolo, ma te la conferiscono i tuoi alunni, ed è frutto della sudata e continua esperienza sul campo.
Non esiste Educatore senza i suoi alunni. Se ti riconosci in questa descrizione, non puoi non essere fiero dell’onore che hai ogni giorno affiancando i tuoi ragazzi e non puoi, al contempo, negare che sul tuo percorso quotidiano dovrai farti molti nemici. Eroi? Superpoteri? Niente di tutto questo: competenza, passione, professionalità, umiltà, tempo e dedizione, conditi da tanto calore umano. La differenza sta tutta qui. Educatori si nasce.
Non tutti sanno che ai ruoli di Educatori delle Istituzioni Educative Statali (Convitti Nazionali ed Educandati Statali) si accede, a seguito di abilitazione alla professione, tramite concorso nazionale pubblico per titoli ed esami riservato attualmente a chi in possesso di Laurea in Scienze della Formazione, Pedagogiche e affini. 
Il (docente del) personale educativo è quindi a tutti gli effetti dipendente statale del Ministero dell’Istruzione ed è equiparato giuridicamente e professionalmente allo status di Docente. Tecnicamente la sua qualifica è appunto quella di “Docente-Educatore”.
Il titolo di accesso alla professione è dunque la Laurea in Scienze della Formazione, Scienze dell’Educazione, Scienze Pedagogiche, Classe di concorso L030 “Pedagogia e didattiche speciali per l’insegnamento” ordine di scuola PPPP.
Collocata dal DPR 388/99 art. 3 nell’area della funzione docente. 

(Fonte: Web Site "La tecnica della scuola")

https://www.tecnicadellascuola.it/leducatore-questo-sconosciuto

domenica 15 ottobre 2017

L'importanza di essere autorevoli


Essere autorevoli vuol dire essere disponibili ma non a disposizione, vuol dire stabilire una relazione attraverso la quale gli alunni possono contare su di me sia quando le risposte gli piacciono sia quando non fanno comodo. Dovrei rappresentare la coerenza, la fermezza, la guida, il loro punto di riferimento, l'adulto a cui possono appoggiarsi nel bene e nel male. Un educatore non è un amico, dovrebbe essere riconosciuto nel suo ruolo, fare di tutto per farsi valere e non cedere una volta stabilite le proprie intenzioni. Tutto questo non vuol dire rimanere emotivamente distanti ed essere autoritari ma riuscire a dosare bene momenti di profonda complicità e accoglienza con interventi più restrittivi. Un compito difficilissimo ma, secondo il mio parere, fa la differenza tra un educatore e l'altro.

(D.ssa Mariagrazia Mari, psicologa, psicoterapeuta, tutor Centro studi Erickson)

mercoledì 14 giugno 2017

La scuola oggi in Italia


In Italia, il sistema educativo di istruzione e di formazione è organizzato in base ai principi della sussidiarietà e dell'autonomia delle istituzioni scolastiche. Lo Stato ha la competenza legislativa esclusiva per quanto riguarda le 'norme generali sull'istruzione', e la determinazione dei livelli essenziali delle prestazioni che devono essere garantiti su tutto il territorio nazionale e i principi fondamentali che le Regioni devono rispettare nell'esercizio delle loro competenze. Le Regioni hanno la potestà legislativa concorrente in materia di istruzione, ed esclusiva in materia di istruzione e formazione professionale. Le scuole hanno autonomia didattica, organizzativa e di ricerca, sperimentazione e sviluppo.
La scuola è attualmente organizzata come segue:
- scuola dell'infanzia per i bambini da 3 a 6 anni;
primo ciclo di istruzione, della durata complessiva di 8 anni, articolato in
- scuola primaria (5 anni di durata) per i bambini da 6 a 11 anni;
- scuola secondaria di primo grado (3 anni di durata) per alunni da 11 a 14 anni;
secondo ciclo di istruzione costituito da due tipi di percorsi:
- scuola secondaria di secondo grado di competenza statale, della durata di 5 anni, rivolta agli alunni dai 14 ai 19 anni. Appartengono a questo percorso i licei, gli istituti tecnici e gli istituti professionali;
- percorsi triennali e quadriennali di istruzione e formazione professionale (IFP) di competenza regionale, rivolti a giovani che hanno concluso il primo ciclo di istruzione.
L'istruzione obbligatoria ha la durata di 10 anni, da 6 a 16 anni di età, e comprende gli otto anni del primo ciclo di istruzione e i primi due anni del secondo ciclo (DM 139/2007). Dopo aver concluso il primo ciclo di istruzione, gli ultimi due anni di obbligo (da 14 a 16 anni di età), possono essere assolti nella scuola secondaria di secondo grado, di competenza statale (licei, istituti tecnici e istituti professionali), o nei percorsi di istruzione e formazione professionale di competenza regionale (legge 133/2008).
Inoltre, tutti i giovani devono rispettare il diritto/dovere di istruzione e formazione per almeno 12 anni o, comunque, sino al conseguimento di una qualifica professionale triennale entro il 18° anno di età (legge 53/2003).
Infine, i giovani di 15 anni possono assolvere l'ultimo anno di obbligo di istruzione anche attraverso il contratto di apprendistato, a condizione della necessaria intesa tra Regioni, Ministero del lavoro, Ministero dell'istruzione e parti sociali (legge 183/2010).
Aprile 2013. L'obbligo di istruzione si riferisce sia all'iscrizione che alla frequenza dei livelli di istruzione compresi nell'obbligo, che può essere assolto nelle scuole statali o nelle scuole paritarie, ma anche attraverso l'istruzione familiare o nelle scuole non paritarie, nel rispetto di determinate condizioni; nei percorsi di istruzione e formazione professionale di competenza regionale, l'obbligo (ultimi due anni) viene assolto presso le apposite agenzie formative. I genitori degli alunni, o chiunque ne faccia le veci, sono responsabili dell'adempimento dell'obbligo di istruzione dei propri figli, mentre alla vigilanza sull'adempimento dell'obbligo provvedono i Comuni di residenza e i dirigenti scolastici delle scuole in cui sono iscritti gli alunni.
A conclusione del periodo di istruzione obbligatoria, in caso di mancata prosecuzione del percorso scolastico, viene rilasciato all'allievo una dichiarazione attestante l'adempimento dell'obbligo di istruzione nonché le competenze acquisite, che costituiscono credito formativo al fine dell'eventuale conseguimento della qualifica professionale.
Dopo il superamento dell'esame di Stato conclusivo dell'istruzione secondaria superiore, si accede ai corsi di istruzione terziaria (università e Afam). Le condizioni specifiche di ammissione rientrano nelle competenze del Ministero dell'istruzione, dell'università e della ricerca (MIUR) e/o delle singole istituzioni del settore universitario e del settore Afam.
La qualifica professionale triennale o il diploma professionale quadriennale, ottenuti nei corsi di istruzione e formazione professionale di competenza regionale, permettono l'accesso ai corsi di istruzione professionale cosiddetti di 'secondo livello' o post qualifica/post diploma, ai quali si può accedere anche dopo il conseguimento del diploma di istruzione secondaria superiore. Con lo stesso diploma si accede anche ai corsi di Istruzione e formazione tecnica superiore (IFTS).

(Fonte: Web Site MIUR)

Due domande poste al Prof. Paolo Crepet sul coraggio di educare


Professor Paolo Crepet, qual è il suo punto di vista sull'emergenza educativa?

E' un punto di vista che nasce dalla cronaca di tutti i giorni, che ci dice che non è una emergenza, ma è un disastro educativo, un totale disastro di cui non dimostriamo di essere così tanto preoccupati. L'anticipazione dell'età, un'idea di educare senza alcuna regola, pensando che i figli debbano solo pretendere e non dare mai niente, perdonarli in tutto e per tutto, questa è idiozia educativa.

Gli agenti educativi, scuola, famiglia ed educatori, in rete sono una forza. Nella sua esperienza quanto è importante il confronto tra le parti?

Certo sì, è importante. Però nell'autonomia, possibilmente. Nel senso che ciò che abbiamo visto in tutti questi anni, che è quello di 'invadere costantemente' da parte dei genitori sempre più spesso il territorio della scuola, è dannoso. 
Una mamma non fa l'insegnante e viceversa, chiaro? E un papà non fa l'insegnante e viceversa. Quindi mamma e papà fanno i genitori quando è il momento, cioè a casa loro, in una scuola, no. Tranne cose eccezionali, no. 
Certo se un genitore vuole andare a scuola per sapere come va il proprio figlio, sì. Quello che abbiamo visto in maniera terrificante, soprattutto nel nostro Paese, è l'entrata a gamba tesa di mamme e papà, zie, nonne, e così via, sulla scuola, soprattutto quando la scuola diventa esigente e severa, ma la scuola o è esigente e severa oppure non è una scuola.

(Patrizia Angelozzi)

martedì 5 luglio 2016

Ciao Gianni Gianni!!


Ti scrivo ora perché ho visto solo di recente i tuoi “interessanti”, “stimolanti” e “costruttivi” commenti. Chiedo in anticipo scusa ai lettori se scrivo queste poche righe fuori dal contesto del blog, ma ho necessità di comunicare alcune brevi cose al presunto commentatore anonimo che si è presentato appunto col finto nome con cui l’ho salutato nel titolo del post. Ehi tu Finalmente Avvocato (sempre meglio tardi che mai….), ti senti realizzato e soddisfatto pensando di avermi provocato? Mi trovo purtroppo per te a constatare che nonostante il tuo "datato"… ed "immenso"…  impegno professionale nel mondo del diritto, non hai perso le “buone abitudini” e hai ancora tanto tempo da spendere e perdere nel credere di poter denigrare, screditare e ridicolizzare gli altri con i tuoi soliti mezzucci infimi, meschini, vili, squallidi, penosi e ridicoli; sappi caro il mio Gianni Gianni che c’è chi da tempo ha di gran lunga di meglio da fare della e nella propria vita…. Comunque, giusto per puntualizzare, l’intento di questo blog non è mai stato quello di proporre contenuti del tutto inediti, anche se per la gran parte lo sono, bensì di creare spunti di riflessione nell’ambito educativo, come si evince chiaramente dal titolo del blog stesso; e poi se non ti fosse chiaro, ricorda che c’è una notevole differenza tra prendere spunto, in parte estrapolare ed infine per lo più rielaborare un’ampia varietà di contenuti rispetto a copiarli semplicemente…..  Ah infine, lascio a te l’onore della pratica del diritto (no grazie, non è la mia professione) e per libera scelta non ho alcun bisogno di fare anch’io opera di sostegno (tra l’altro, per tua informazione, si tratta di un compito di alta professionalità aggiunta e di notevole responsabilità per un docente e c’è poco da fare ironia di bassa lega) in quanto, oltre ad essere un docente professionalmente impegnato nei ruoli del personale educativo (vedi CCNL Comparto Scuola vigente, Capo IV, art. 25), sono da tempo anche un docente abilitato all’insegnamento in ogni ordine e grado di scuola….. Forse tu, a tale proposito e visto che siamo in argomento, avresti bisogno da parte di qualcuno di qualche altra forma di sostegno…..  P.S. Ah, in quanto ai tuoi “preziosi” ma insignificanti, mendaci ed inutili commenti, hai già visto cosa ne ho fatto?!…... :)))))))))))  VINC

Rilevanza della qualità delle relative dinamiche nell’ambito di un processo educativo


E’ fondamentale procedere ad una valutazione qualitativa quando si parla di processo educativo e delle dinamiche ad esso collegate, in quanto sono vari i fattori che, integrandosi tra loro, agiscono ed incidono su ciascuno di noi confluendo in un atto educativo. Intanto per processo educativo dobbiamo intendere un percorso che prende origine dal concetto di educazione che va ben oltre ciò che si pensa comunemente e solitamente: riguarda e comprende qualsiasi stimolo proveniente dal mondo esterno, a cominciare dalla famiglia per proseguire con la scuola ed il sociale. Non a caso il termine “educare”, come quasi tutti sappiamo, deriva dal verbo latino “educere”, che significa appunto “tirar fuori”, “sviluppare”, dunque educare significa innanzitutto e indubbiamente aiutare e stimolare la crescita psicologica e fisica di un individuo orientandola in senso positivo e costruttivo. Quindi, in un senso ancora più ampio, la parola “educazione” arriva ad esprimere l’intero processo di formazione dell’uomo, indicandogli appunto la strada da intraprendere e seguire al fine di scoprire sé stesso e le proprie particolari caratteristiche ed inclinazioni. La definizione in questi termini del processo educativo rende ancor più chiaro così che l’atto educativo è in un certo qual modo un percorso che interviene in maniera continuativa nel tempo, consistendo in pratica in una prassi formativa che dura tutta la vita. Ora il come educare richiede inevitabilmente e necessariamente dei momenti di confronto e relazione e, in questo peculiare contesto, la comunicazione riveste una funzione essenziale in quanto ‘conditio sine qua non’ imprescindibile e fondamentale dell’esistenza umana come pure dell’ordinamento civile e sociale; infatti si pensi già solamente che ogni individuo è coinvolto a partire fin dall’inizio della propria vita in un cruciale ed indispensabile processo di acquisizione delle regole necessarie ed utili per comunicare efficacemente con gli altri suoi simili. Possiamo infine ritenere che ciascuno di noi venga invitato a svolgere il suo ruolo di educatore responsabile, a prescindere dal sistema di riferimento considerato come la famiglia, la scuola o qualunque altra comunità o centro di aggregazione sociale. Dunque la scelta di impegnarsi in modo chiaro, attivo, costante, duraturo e responsabilmente maturo nel portare avanti la propria missione educativa rappresenta sicuramente la giusta chiave attraverso la quale l'educando a noi affidato e di cui ci occupiamo può raggiungere un pieno sviluppo formativo ed un gratificante successo personale.     

sabato 12 dicembre 2015

La libertà di insegnamento come principio guida nel sistema dell'istruzione


Plinio il Vecchio sosteneva che “l’uomo è l’unico animale che non apprende nulla senza un insegnamento: non sa parlare, né camminare, né mangiare, insomma non sa far nulla allo stato di natura tranne che piangere”. L’affermazione mette in risalto il riconoscimento della fondamentale importanza dell’istruzione per la vita del singolo individuo e per la sua integrazione nella società. Non a caso l’istruzione è considerata un servizio pubblico essenziale, che va erogato ai cittadini secondo il principio di uguaglianza. Si pensi anche al fatto che negli ultimi anni si sono manifestate politiche riguardanti l’istruzione e la formazione professionale non solo a livello statale, ma anche comunitario. 
L’istruzione, dunque, data la sua essenzialità per l'individuo, è strettamente correlata con una serie di diritti e di libertà, quali il diritto allo studio, la libertà di creazione di istituti scolastici privati, la libertà di scelta dei genitori sulla formazione dei figli, e, fondamentale, la libertà di insegnamento.
Arti e scienze, nel nostro Paese sono libere e libero è il loro insegnamento. Ognuno può insegnare ciò che vuole nelle forme che considera più opportune; anzi, possono benissimo esistere scuole private accanto a scuole statali con gli stessi fini educativi. 
Lo Stato dunque non vuole avere, per ovvi motivi di demo­crazia, il monopolio dell'insegnamento. Sta alla famiglia, in co­scienza, decidere dove mandare i figli a scuola tenendo conto che vi possono essere istituti privati parificati a quelli pubblici, aventi cioè lo stesso valore delle scuole di Stato a tutti gli effetti. Un qualunque alunno infatti, sia di una scuola pubblica o pri­vata, parificata o non parificata, al termine del suo corso di studi deve sostenere e superare un esame di Stato che lo farà entrare in possesso di un diploma di studio e lo abiliterà all'esercizio professionale. Inoltre la libertà di insegnamento è garantita perché è il pezzo centrale del sistema pubblico dell'istruzione, e l'istruzione è un servizio pubblico. Dunque la libertà di insegnamento è necessariamente correlata al suo contrario: si debbono attuare finalità da altri determinate. Insomma, nella docenza, vi è una parte libera e una parte non libera: non può che essere così. 
Dunque la cosiddetta libertà d'insegnamento costituisce un valore fondamentale del nostro ordinamento, tutelato a livello costituzionale (art. 33, c. 1, Cost.), nonchè a livello di legge ordinaria  (art. 1 D.lgs 297/94) e di norme pattizie (art. 26 comma II, CCNL scuola 2003). Su tale questione, infine, non sono possibili mediazioni, perchè la libertà di insegnamento, quella reale, garantita dall'art.33 della Costituzione, è in tutta evidenza di natura individuale: al riconoscimento di tale libertà corrisponde l'attribuzione di un diritto soggettivo al singolo docente, il quale, in piena autonomia e senza condizionamenti, proprio perchè libero, deve poter decidere, entro i limiti fissati dalla legge, sia le modalità tecnico-didattiche del proprio insegnamento, sia i valori formativi che intende trasmettere ai propri allievi.

sabato 12 ottobre 2013

Interesse e rilevanza del progetto educativo ed i suoi principali orientamenti


Oggi la scuola, per svolgere adeguatamente la propria azione educativa, deve trasmettere una cultura allargata in senso antropologico, fatta dei saperi e delle abilità socialmente definiti e strettamente correlati alla complessità civile. Le definizioni di un progetto scolastico educativo di questo tipo possono essere molteplici; è intanto precipua finalità dell'educazione favorire la nascita e l'affermarsi di una specifica identità di ciascun soggetto che abbia bisogno di un riferimento e modelli ideali con i quali confrontarsi, incarnati e testimoniati da individui adulti. Questa caratteristica impone, quindi, agli adulti in genere, e nello specifico agli educatori di professione, una precisa assunzione di responsabilità unita al coinvolgimento delle proprie idee, della propria personalità e delle proprie scelte.
Tuttavia l'allievo finisce oggi per essere sottoposto ad una quantità eccessiva di stimolazioni con la conseguenza di accentuare, invece che la creatività, la passività, cioè, in altri termini, la ripetizione meccanica di codici appresi per imitazione. La nostra attuale società, con un accentuato pluralismo del comportamento e delle forme culturali, ha prodotto e continua a produrre la percezione che valori e norme sociali abbiano una natura relativa. Di questo cambiamento risente chiaramente e fortemente l'educazione, come strumento di una socializzazione che è funzionale alla trasmissione di cultura e di valori:  l'educazione, infatti, deve ispirare la tensione verso la realizzazione di un progetto esistenziale carico di valori culturali, etici e solidali. La responsabilità dell'educatore richiede anche e conseguentemente il peso ed il compito di esercitare un'equilibrata forma di autorità nei confronti del minore che vada a rivestirsi appunto di un'autentica autorevolezza nel sistema di valori di riferimento del minore stesso. Risulta evidente, in questo contesto, come anche l'educatore a sua volta impari qualcosa dall'esperienza del rapporto e del confronto con l'educando in termini umani e professionali, ma solo con la necessaria autorità, e dunque autorevolezza, egli potrà conquistare e mantenere la fiducia dello stesso educando.
Si tratta di coinvolgere, nell'ambito del processo educativo, la propria testimonianza personale in quanto essa è la misura della credibilità dei contenuti, modelli ed esempi che vengono proposti; l'educatore opera infatti delle scelte per conto dei suoi allievi e deve renderne conto, per l'appunto, attraverso il processo educativo messo in atto, in riferimento ai bisogni dei soggetti che gli vengono affidati e programmando gli opportuni interventi. Inoltre l'educatore condivide questa responsabilità con la famiglia e con l'intera generazione adulta che insieme stanno a rappresentare lo sfondo attivo e concreto della vita associata, nella quale il minore dovrà collocare la propria esistenza futura.

martedì 8 ottobre 2013

Saper insegnare implica anche saper comunicare


Saper tenere una lezione significa anche agire sapendo come comunicare e gestire quello specifico tipo di comunicazione e non solo nel senso di spiegare e/o chiarire; in effetti la lezione è anche un atto comunicativo per diverse ragioni. In primo luogo essa presuppone un lavoro di mediazione didattica volto a creare le condizioni ideali nel corso del processo di apprendimento degli studenti. Il docente-comunicatore deve infatti impegnarsi e puntare con convinzione e determinazione a facilitare l'incontro fra contributi culturali di una comunità civile ed alunni con specifici bisogni formativi e problematiche ad essi profondamente inerenti. Nella scuola media, ad esempio, quest'ultime sono costituite dal primo impatto dei ragazzi con il critico e delicato periodo adolescenziale, sia pure nella sua fase iniziale. Dunque per saper comunicare mentre si fa lezione risultano fondamentali anche la progettazione e realizzazione del curricolo insieme alla predisposizione di un ambiente adeguato, efficace e funzionale ai processi di acquisizione cognitiva degli allievi. Inoltre una particolare disposizione dei banchi, uno specifico approccio verso il gruppo classe, l'utilizzo di strumenti multimediali per la presentazione dei contenuti disciplinari, al fine di incontrare i differenti stili sensoriali e di apprendimento di ciascun discente, rappresentano sicuramente esempi di interventi che contengono una valenza ed un'intenzionalità anche e soprattutto comunicative.
Elemento forte di comunicazione in una lezione è anche il livello di interattività che in essa viene favorito, togliendo spazio e tempo alla monodirezionalità della comunicazione del docente e coinvolgendo invece direttamente gli allievi tramite domande e frequenti lavori di gruppo. La lezione implica poi una dimensione comunicativa anche dal più classico punto di vista, vale a dire quello del linguaggio utilizzato dall'insegnante, nel senso che il linguaggio in questione possa risultare sufficientemente chiaro ed argomentato ad allievi con diverse competenze, intelligenze e background culturali mediante la scelta del lessico usato, la giusta gradualità espositiva ed il livello di ridondanza nel discorso.
Un altro aspetto della comunicazione nell'approccio didattico riguarda invece la dimensione interpersonale ed affettivo-relazionale dei soggetti coinvolti. Mentre spiega, il docente non comunica ai ragazzi solo informazioni e concetti, ma anche la sua idea delle persone che ha di fronte, il suo punto di vista sul suo stesso ruolo e sul ruolo che attribuisce alla scuola, le sue emozioni, il suo eventuale disappunto e finanche la sua motivazione a svolgere quel determinato lavoro in quel preciso momento e con quale grado di passione. Il tono della voce, le accentazioni nel discorso, la postura, la gesticolazione, la prossemica, la direzione dello sguardo sono potenti strumenti di comunicazione; ulteriori elementi di comunicazione sono, sempre a livello relazionale, la capacità di empatia e decodificazione dei segnali non verbali provenienti anche involontariamente dagli studenti con il raccordo dei saperi veicolati alla loro esperienza concreta attraverso esempi e rimandi ai loro precipui contesti di vita. Questa attenzione al loro vissuto piace particolarmente ai ragazzi perché la interpretano positivamente come un prendersi cura delle loro esigenze e come apertura della scuola alla vita reale.
Quindi il docente, per quanto detto, è anche eminentemente e senza ombra di dubbio un professionista della comunicazione, volta quest'ultima ai fini più nobili dell'educazione, formazione ed istruzione dei propri allievi.

martedì 9 aprile 2013

Sul curricolo implicito


Assieme al ben noto curricolo esplicito, assume sempre maggiore rilevanza il cosiddetto curricolo implicito o nascosto. Esso è costituito da tutti quegli aspetti della vita scolastica e dell'ambiente di apprendimento che hanno ricadute significative sulla formazione degli allievi, pur senza costituire contenuti o strumenti espliciti di formazione didattico-educativa da parte degli insegnanti o di apprendimento da parte degli studenti. I due grandi aspetti del curricolo implicito sono rappresentati da un lato dalla pedagogia e didattica latente, cioè l'insieme di stili, comportamenti, scelte didattico-educative che trasmettono messaggi e contenuti educativi sottesi agli allievi, dall'altro dal setting formativo, consistente nel modo in cui concretamente nell'istituto si gestiscono lo spazio, il tempo e le modalità di raggruppamento degli allievi. In particolare gli spazi sono un manifesto ideologico del modo in cui la scuola vede il progetto formativo per i propri alunni, del modo in cui vede gli alunni stessi e sé stessa, a partire dalla considerazione che mostra per le possibilità di movimento, di ricerca, di esplorazione e di personalizzazione dell'apprendimento da parte degli studenti. Anche la gestione del tempo è una variabile curricolare che condiziona notevolmente i processi di maturazione cognitiva, sociale e culturale degli allievi, indicando conseguentemente se l'allievo è davvero al centro del percorso formativo o meno. Quindi distendere e personalizzare i tempi di apprendimento in base alle effettive esigenze formative, alle caratteristiche intellettive, alle situazioni iniziali di preparazione degli studenti, costituisce in effetti una variabile determinante per il potenziale successo formativo raggiungibile da tutti, anche dai più svantaggiati sul piano cognitivo e/o socio-culturale. Infine una scuola che non vede quasi mai protagonisti i gruppi ma solo i singoli, nelle varie attività di apprendimento, educa i suoi studenti all'individualismo, non solo con tutti i limiti culturali, psicologici e sociali che ne derivano, ma anche con le possibili e rischiose deformazioni caratteriali della personalità quali scoraggiamento, solitudine, incapacità appresa e bassa autostima che potrebbero manifestarsi negli allievi più deboli culturalmente e più fragili psicologicamente.

martedì 5 marzo 2013

Roman Jakobson: un linguista "di razza" tutto da scoprire


Approfondire la conoscenza della lingua, ed in particolare delle teorie e dei meccanismi ad essa relativi, non solo esclusività degli "addetti ai lavori", è importante ed utile perché aiuta ad acquisire maggiore consapevolezza dell'uso che se ne fa quotidianamente e dunque consente di utilizzarla sicuramente meglio.
"Linguista sum: linguistici nihil a me alienum puto": così, parafrasando Terenzio, amava definirsi lo stesso Jakobson, noto linguista russo, ogni qualvolta voleva sintetizzare il suo personale approccio e modo di procedere nei confronti della teoria linguistica. In effetti non poteva scegliere espressione più appropriata, data la grande molteplicità e versatilità dei suoi interessi in materia: essi spaziavano da ogni minimo dettaglio della dottrina linguistica in particolare fino ad ogni problematica extralinguistica che con essa confinava. Anche per questo l'acuta presenza di Jakobson e la qualità del suo lavoro caratterizzano buona parte della linguistica contemporanea in un continuo confronto di idee ed in un'incessante capacità di rinnovamento. Difatti egli, nella sua lunga vita, ha potuto seguire tutto lo sviluppo della linguistica del Novecento, partecipandovi in posizioni di primo piano, anzi di avanguardia. Non a caso certe pagine delle sue opere diventano di autobiografia perché la sua esperienza finisce per identificarsi con quella della linguistica stessa: il fatto sostanziale é che la sua vita si conforma, quasi iconicamente, alla strutturazione dei suoi interessi. Frequentando i poeti, i teorici della letteratura ed i linguisti, egli realizzava nella sua persona d'individuo storico quella collaborazione e fusione di poetica, linguistica e filologia, che caratterizza il suo procedere e che fa eccezionalmente ricca la sua riflessione. Un autore di formidabili capacità di lavoro, le cui misure predilette sono quelle dell'ampio articolo o della conferenza, anche per l'esigenza di comunicazione e monitoraggio, che naturalmente, insieme a numerosi saggi, hanno dato origine a volumi; insomma egli preferiva la ricerca su singoli punti alla sistemazione generale. Questa scelta gli ha permesso di spaziare su tutti i territori della linguistica, della poetica, della semiotica, della storia letteraria e del folclore; questi, infatti, sono i settori dell'attività scientifica del linguista dalla giovinezza fino ai suoi ultimi anni, in una vastissima opera omogenea che si configura come un tutto indissolubile; pertanto la sua grandezza può essere meglio intesa e misurata solo sull'assieme della sua attività e produzione. Il tratto che caratterizza principalmente l'opera di Jakobson e costituisce la sua grandezza, oltre ovviamente agli autorevoli risultati conseguiti, è sostanzialmente l'abilità del suo autore nello stimolare il pensiero del lettore, mediante una ricerca intrepida condotta con un costante interesse scientifico. 
La sua bibliografia comprende centinaia di titoli ed in essa trovano la sede adatta in special modo due movimenti culturali di particolare e significativo rilievo, il formalismo e lo strutturalismo; senza voler contare poi i punti di vista sulla struttura e le indagini tipologiche delle lingue, le nuove prospettive sulla critica della espressione artistica, l'enunciazione di leggi generali sulla natura del segno linguistico e della comunicazione; quindi la nota teoria sulle funzioni del linguaggio, in cui risulta evidente l'apporto prezioso delle intuizioni del linguista, ed altro ancora. 
In ultima analisi Jakobson si appassionò ad un segmento del mondo oggettivo, come si suol dire, a trecentosessanta gradi: il linguaggio in senso lato, unica fonte possibile attraverso la quale si accede a tutto ciò che é specificamente umano (per cominciare, si consigliano del linguista, in particolare, questi testi in traduzione: Saggi di linguistica generale, Milano, Feltrinelli, 1966; Lo sviluppo della semiotica e altri saggi, Milano, Bompiani, 1978; La linguistica e le scienze dell'uomo. Sei lezioni sul suono e sul senso, Milano, Il Saggiatore, 1978; La forma fonica della lingua, Milano, Il Saggiatore, 1984; Poetica e Poesia. Questioni di teoria e analisi testuali, Torino, Einaudi, 1985).

Sulle scienze dell’educazione


La pedagogia riveste un ruolo fondamentale in quanto costituisce un dispositivo essenziale per spiegare e comprendere le questioni sollevate dalle varie scienze dell'educazione, allo scopo di incanalarle in un ambito autenticamente formativo; in altri termini non è compito peculiare della pedagogia quello di indagare come una disciplina particolare, ma come una risorsa trasversale, riflessiva, transdisciplinare e appunto per questo generale, collocata quindi sistematicamente a cavallo tra le diverse scienze dell'educazione. Sono varie poi quelle che si possono considerare altre scienze dell'educazione le quali si occupano, a volte anche in modo marginale, di elementi dei fenomeni educativi e i rispettivi esperti in ciascuna di esse sono da ritenersi degli specialisti in processi e sistemi formativi; ciò è vero in quanto le scienze dell'educazione in generale sono in grado di analizzare fenomeni e istituzioni in modo micro e macro-analitico, vale a dire nelle loro peculiarità singole e individuali così come in quelle generali e collettive; ciò significa ancora che permettono un lavoro sul soggetto in quanto tale nonché sulla struttura che lo accoglie, per giungere alla progettazione di una struttura nuova, più funzionale nell'accogliere determinati soggetti. Tali scienze da considerare appunto dell'educazione si sono quindi sviluppate intorno a quattro settori: psicologico, sociologico, metodologico-didattico e dei contenuti.

I concetti di educazione, istruzione e formazione


IL CONCETTO DI EDUCAZIONE... In generale con il termine 'educazione' intendiamo l'azione appunto di educare, istruire, formare una persona. Se si intende quindi il concetto di educazione con l'ampiezza e la comprensività che gli spettano, non si può fare a meno di accettare due conclusioni fondamentali, e cioè da un lato che non esiste società umana, per primitiva che sia, che non possieda le sue istituzioni educative, e dall'altro che l'educazione investe e copre l'intera vita dell'uomo. Ogni società elabora quella che si definisce col nome di cultura, includendo nella nozione il complesso dei valori, delle conoscenze e delle tecniche che assicurano la convivenza, la soddisfazione dei bisogni e la sopravvivenza del gruppo. Tramandare la cultura da una generazione all'altra è il compito primario di quella che si chiama appunto 'educazione': se non ci fosse stata rieducazione, l'uomo avrebbe dovuto ad ogni generazione riaffrontare ex novo i problemi dell'esistenza elementare e non sarebbe mai riuscito a evadere dalle condizioni della più estrema primitività. C'è una storia e c'è un progresso del genere umano, in qualunque modo si vogliano intendere questi concetti, perché le generazioni sono sempre state legate l'una all'altra dal tessuto vivente dell'educazione. D'altro canto, se si considera la vita del singolo, si vedrà che non si riuscirà mai a segnare un punto per il quale si possa dire che l'educazione è arrivata con esso al suo compimento. ... UNITO A QUELLO DI ISTRUZIONE E FORMAZIONE. Il concetto di'istruzione', inteso sia come procedimento metodico di comunicazione e di acquisizione del sapere sia come l'insieme delle conoscenze acquisite, non può essere approfondito se non nell'ambito di una più generale problematica educativa. Anzitutto si pone il problema del rapporto tra istruzione ed educazione, ossia del valore del fattore intellettuale nella formazione della personalità: secondo alcuni l'istruzione è di per se stessa educativa, in quanto compito fondamentale dell'educazione deve essere la formazione delle idee e del retto giudizio; per altri invece la formazione del carattere e della volontà, l'autodisciplina, l'equilibrio fisico e così via hanno prevalente importanza e valore rispetto allo sviluppo dell'intelligenza e all'acquisizione del sapere. Ma, anche nell'ambito esclusivo della formazione intellettuale, si distingue l'istruzione materiale, o informativa, che si preoccupa di erudire, di arricchire la mente di conoscenze, dall'istruzione formale, che tende a sviluppare le capacità intellettuali, a potenziare la facoltà di apprendere piuttosto che ad aumentare il numero delle cognizioni. Circa la scelta dei mezzi per ottenere un tale potenziamento delle capacità intellettive, sorge il contrasto tra i sostenitori del valore formativo della cultura umanistico-letteraria e filosofica, i sostenitori della cultura scientifica e infine i sostenitori di un insegnamento di tipo tecnico e pratico, che accusano la scuola di cultura di astrattezza e insistono invece sul valore educativo del lavoro. Occorre rilevare che il problema dell'istruzione non si pone soltanto in vista di una formazione generale della personalità, ma anche in relazione a scopi utilitari più immediati: onde nasce la distinzione tra istruzione generale e istruzione specializzata, intesa a una preparazione professionale. Le esigenze della società contemporanea, determinate dal progresso tecnico, dall'industrialismo, dalla divisione del lavoro, hanno accentuato l'importanza dell'istruzione e quindi conseguentemente della formazione di tipo tecnico e professionale. In tutti i paesi civili, accanto alle scuole tradizionali, si sono venuti diffondendo sempre più scuole e corsi di preparazione a funzioni ben precise da svolgere, a tutti i livelli, nel mondo del lavoro. Ora, proprio nell'ambito di queste scuole si ripresenta, forse in termini più concreti, il problema della distinzione tra istruzione materiale e istruzione formale: infatti una tecnica particolare di lavoro può essere appresa facilmente, mediante un breve corso di specializzazione da seguire nell'ambito di un complesso imprenditoriale, soltanto quando si sia acquisita l'abitudine allo studio e alla ricerca e la mente sia stata esercitata ad assimilare continuamente idee nuove.

L’identità della pedagogia oggi


          Oggi la pedagogia di sicuro non ha più come proprio unico oggetto il bambino, dal momento che, allo stato attuale, la pedagogia stessa si occupa dell'educazione e della formazione di tutti i soggetti durante l'intero arco della vita e nella relazione con determinati contesti e ambienti (lifelong learning e lifewide learning). 
Infatti l'istruzione è oggi più che mai uno strumento indispensabile per la costruzione di una realtà di pace e buoni rapporti tra le persone. In tutto questo le politiche per il Lifelong Learning, vale a dire l'educazione permanente lungo tutto l'arco della vita, giocano un ruolo fondamentale per consentire una formazione adeguata alle nuove e crescenti richieste della società e del mondo del lavoro. Il valore fondamentale del Lifelong Learning e le nuove frontiere dell'istruzione e della formazione sono testimoniati anche dall'evoluzione del concetto stesso di alfabetizzazione, da acquisizione delle competenze di base, leggere, scrivere, fare di conto, a insieme complesso di saperi che spazia tra varie discipline ed abbandona l'idea di un sapere dogmatizzato in favore di una 'forma mentis' più flessibile e critica. In effetti nella società in cui viviamo le nozioni apprese a scuola vengono troppo facilmente e troppo velocemente dimenticate; il mondo del lavoro invece richiede un alto livello di scolarizzazione, che poi va mantenuto. Per questo occorre creare una circolarità virtuosa tra apprendimento e lavoro.
Il Lifelong Learning non è un nuovo slogan della pedagogia, ma un concetto che ha cambiato l'idea stessa di pedagogia, facendo capire che essa non può limitarsi alla sola età della crescita ma deve snodarsi lungo tutto l'arco della vita. La sfida dell'uomo del futuro, dunque, è apprendere ad apprendere, mentre per la scuola si aprono nuove frontiere, in particolare quelle rappresentate dalle cosiddette neo-alfabetizzazioni: l'educazione ambientale, la bioetica, la multicultura e l'educazione alla pace.
Quindi la sfida attuale dell'educazione impone alla pedagogia di darsi un altro volto. Un volto interpretativo e critico, profetico anche, progettuale e non-sistemico, capace di attestarsi proprio sul carattere formale di essere sfida e di pensare il futuro piuttosto che il presente. La pedagogia attuale onora però questo suo compito solo in parte; in ogni caso il tempo del ripensare sul piano teorico l'educazione e di pensarla in termini critico­-radicali sembra quasi del tutto tramontato. 'Fare pedagogia' è, sempre di più, stare nella dimensione amministrativa: risolvere problemi sociali urgenti e legati al funzionamento del sistema, da ottimizzare e da regolare secondo la logica del calcolo. Poche voci si levano contro e oltre questa tendenza attuale del 'fare pedagogia' appunto.
Del resto la svolta epocale della globalizzazione e della civiltà planetaria ci impone di fissare nuove grandi mete che solo l'educazione ci permetterà di realizzare, poiché solo essa progetta e trasforma insieme, soprattutto essa pensa il futuro dall'uomo e per l'uomo.
E' per questo che una pedagogia concepita in tal modo deve contrassegnarsi prevalentemente partendo dalla progettazione e interpretazione del futuro. Deve leggerne i segni nel presente, deve decantarne le attese, deve organizzarne l'immagine, assegnando a quel futuro un'identità e una fattibilità: un'identità, appunto, organica, e una fattibilità strutturata in strategie, politiche sociali e individuali. L'aspetto di organicità di tale futuro deve emergere dall'analisi razionale dei bisogni e delle attese, in quanto la validità e l'efficacia di un tale progetto si misura proprio su questo scenario di costruzione di un tempo nuovo che tenga conto delle istanze più profonde, e più propriamente umane, che tale futuro già dal nostro presente mette in gioco. Quel futuro sarà e dovrà essere per l'uomo, per quell"umanità' che la pedagogia cura, tutela e 'coltiva' e che già nel presente appare come il principio e valore intorno al quale dovrà venire a costituirsi il mondo futuro.